Inventiamo nuove domande sul digitale

604
Museo di Anticoli Corrado

Pubblico qui la traccia dell’intervento che ho tenuto sabato scorso nel corso del convegno “L’occasione digitale per la cultura, l’Europa e la Valle dell’Aniene“, organizzato dalla DiCultHer School presso il Museo Civico di Arte Moderna e Contemporanea nell’ambito degli eventi per la celebrazione dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale. Al convegno sono intervenuti anche i nostri soci Giovanni Piscolla e Carlo Tricoli.

La pubblicazione è anche un invito a quanti saranno abbastanza pazzi e pazienti da leggerlo fino in fondo. Intorno al progetto “Piazza Europa” si sta coagulando un gruppo di insegnanti molto vivace intellettualmente ed è senz’altro un luogo dove c’è bisogno del contributo di punti di vista interdisciplinari sul tema dell’Eredità Culturale Digitale. Se volete essere dei nostri, trovate le istruzioni alla fine dell’intervento.

Piazza Europa è un progetto di co-creazione aperto a tutti


Buongiorno e grazie per essere venuti qui ad ascoltarci in questa fredda giornata di Febbraio. Per me oggi il piacere di essere qui è doppio: non solo avrò occasione di parlare di un progetto che mi appassiona, ma ho potuto scoprire l’esistenza di questo museo, che ospita opere di così tanti grandi dello scorso secolo. Una collezione veramente incredibile.

Oggi insieme a Silvia Belleggia di Hubstract – Made for Art vi presento il progetto “Piazza Europa, che rappresenta l’incarnazione della terza edizione del concorso “Crowddreaming: i giovani co-creano cultura digitale promosso da DiCultHer e sostenuto da Stati Generali dell’Innovazione. Finora avete ascoltato interventi pieni di buon senso su iniziative che rappresentano buone pratiche certamente da seguire. Adesso a me tocca il compito di condurvi per qualche minuto lungo i sentieri della pazzia e cercare di farvi guardare al digitale in maniera diversa da quella alla quale siete forse abituati. Poi Silvia vi ricondurrà nella dimensione del buon senso, mostrandovi alcuni modi concreti per realizzare ciò di cui vi parlerò io.

Stiamo vivendo una fase storica inedita: per la prima volta nella storia dell’umanità avremo generazioni che si troveranno a tramandare Eredità Culturali Digitali. E’ un territorio inesplorato che presenta sfide inedite.

Per noi Piazza Europa è importante perché è il laboratorio per sperimentare un cambio di paradigma mentale nell’approccio alla Eredità Culturale Digitale sulla falsariga di quanto è avvenuto qualche secolo fa nel mondo della fisica. Piazza Europa è un contesto nel quale proviamo a porci una serie di domande utili per chi si debba orientare nel nuovo mondo dell’Eredità Culturale Digitale e verificare se siano utili davvero. Può sembrare strano e anche inefficiente in un mondo che si è abituato ad avere l’ansia da prestazione da risposta, ma è un metodo importante se si vuole costruire il futuro. È il metodo scientifico.

Tra l’altro, “domanda” è una bellissima parola: è una parola-chiave, una parola che apre scenari. “Risposta” invece è una parola-serratura. Chiude. Conclude. A volte difende. E questo spesso è utile. Però le domande sono più potenti e durano di più. Se ci pensate “massa”, “forza”, “energia”, “tempo” sono tutte domande. Domande che il metodo scientifico ci insegna a porre al mondo che ci circonda in maniera da poter avere risposte consistenti e confrontabili indipendentemente da luogo, momento e soggetto che le ponga. La potenza di questo metodo dovrebbe sempre meravigliarci. Se io adesso chiedo a qualcuno di voi: “Che ora è?”. La risposta – sono le 11:44 – è utile, ma resta buona per un battito di ciglia. Ma per arrivare a porre questa domanda che oggi diamo per scontata ci sono voluti millenni e ormai sono già un paio di secoli che ci serve fedelmente. Dovremmo essere sempre meravigliati dal fatto che sono secoli che ci possiamo fare questa domanda e rispondere in maniera non equivoca. Ecco, per il mondo dell’Eredità Culturale Digitale le domande come questa ancora in larga parte non sono state trovate. Con Piazza Europa proviamo ad andare a caccia di alcune di esse. Se le troviamo, ci aiuteranno ad orientarci in questo mondo del digitale in continua trasformazione, dove tendiamo a correre a destra e a manca dietro le ultime novità tecnologiche piuttosto che dritti verso un nostro obiettivo. Quando si tratta di digitale ci torna difficile porci anche domande semplici come: “Dove vogliamo arrivare?”. Spesso partiamo dal mezzo – “Voglio realizzare una applicazione in realtà aumentata” – invece che dal fine. Se ci torna così difficile pensare chiaramente, forse c’è qualche problema di fondo.

Allora proviamo a cominciare a porci qualche domanda.

La prima è: “Ma come si fa a conciliare Eredità Culturale con Digitale?”. Eredità Culturale implica una idea di trasmissione e permanenza nel tempo, mentre se dovessi descrivere con una sola frase lo spirito del Digitale userei “Vivi veloce e muori giovane”. Il digitale è super-velocità, ma anche durata effimera.

In genere il problema lo si approccia da due punti di vista. Quello che ci viene più naturale è guardare al magnifico patrimonio culturale ereditato dal passato e a pensare a come il digitale possa aiutarci a conservarlo e magari a valorizzarlo. E’ ciò che generalmente viene chiamato “digitalizzazione”. I digitalizzatori sono gli amanuensi del III millennio. Attività utilissima e intorno alla quale c’è grande entusiasmo, però alla fin fine stiamo sempre creando copie imperfette di originali. Fra 20 anni probabilmente se venissi a proporvi di creare una ricostruzione in 3D per la realtà virtuale di questo museo e delle sue opere, la vostra reazione non sarebbe molto diversa da quella che avreste adesso se vi proponessi di fare fotocopie – a colori, eh! – di questi dipinti. Utile certamente per conservarne la memoria o per farle conoscere a chi non può venire qui, ma difficilmente qualcosa di eccitante. L’uso delle “digicopiatrici” ha grandissima importanza in termini di diffusione e accessibilità alla cultura, ma non aiuta per nulla la sua creazione. In più c’è sempre il problema della conservazione di queste copie digitali. Fortunatamente ci sono sempre gli originali ed è possibile farne di nuove. E qui, invece, c’è il secondo aspetto fondamentale: siamo in un’epoca storica dove per la prima volta generazioni di esseri umani si trovano a creare culture nativamente digitali e a doverle tramandare. Si corre il rischio paradossale di tornare nella preistoria per molti versi. C’è un esempio molto concreto che fa disperare gli studiosi di letteratura. Mentre si sa molto di autori come Hemingway, ma anche Cicerone, grazie alle lettere scambiate con gli amici, c’è un buco terribile ormai di parecchi anni per gli autori contemporanei. Perché? Hanno cominciato a scriversi via e-mail. E-mail i cui bit sono da lungo tempo spariti nel nulla. E’ un paradosso! Allora è interessante chiedersi cosa sia andato storto. Non c’è stata una catastrofe imprevedibile come un incendio che brucia una biblioteca. Pensandoci, il problema è che si sono estinti dei processi. Società hanno chiuso, persone hanno cambiato lavoro, qualcuno ha deciso che non conveniva mantenere copie delle mail dei clienti sui server per più di tot anni… cose così.

Questa è una osservazione molto importante, per quanto in fondo banale. Ci fa capire che non bisogna pensare al digitale in termini di oggetti, ma di processi. Noi quando pensiamo al digitale, pensiamo per metafore in termini di oggetti: la scrivania, la cartella, il file, il foglio… ci torna più facile interpretare questo arcano mondo dentro ai computer, dove si verificano eventi senza che ci sia un rapporto meccanico visibile di causa-effetto dell’interazione tra il nostro corpo e la “macchina”. Molti tuttora percepiscono il computer come un oggetto quasi magico: gli diamo un ordine e si materializza un oggetto. Il genio della lampada. Questo atteggiamento mentale si traduce anche nel caso dell’eredità culturale: ci sentiamo in dovere di creare “oggetti” digitali e di conservare questi “oggetti immateriali” per i posteri come faremmo per gli “oggetti materiali” che teniamo nei musei come questo. Percepiamo che c’è qualcosa di strano e che ciò che diciamo non funziona bene, ma lo attribuiamo alla nostra incompetenza e inadeguatezza per quanto concerne il digitale. Invece, è proprio il linguaggio che usiamo ad essere inadeguato. Ci conduce a porci le domande sbagliate. “Ho creato una copia digitale in 3D di questo antico vaso greco di Lisippide per tramandarne la memoria ai posteri e consentire loro di stamparlo, qualora andasse distrutto. Ora devo inventare l’analogo digitale di questa bacheca climatizzata per far sì che questo oggetto digitale sia ancora lì fra 1.000 anni”. Si può certamente fare, ma siamo sicuri che sia la domanda giusta o quanto meno la migliore che ci possiamo fare?

Questa situazione non è inedita. E’ già successo nel mondo della fisica. Molti fenomeni “materiali” sono descritti tramite il modello langrangiano fondato sui punti materiali, ovvero sulla massa. E’ la soluzione più naturale per descrivere lo spostamento di oggetti. Ma a un certo punto si sono manifestati fenomeni come l’elettricità o il magnetismo che non si riuscivano a descrivere in termini di massa. Le “domande” in termini di massa erano mal poste e non si riuscivano a trovare risposte semplici. La soluzione è stato cambiare punto di vista e cambiare insieme di domande. Si è passati al modello Hamiltoniano che descrive il mondo in termini di energia e le risposte sono venute di nuovo. Ecco: descrivere il digitale come “oggetti” immateriali” o intangibili non è sbagliato, ma è fuorviante, inefficiente. Noi stiamo provando a costruire un modello dove pensiamo al digitale come energia, come onde di informazione che si propagano nel mondo. In sostanza consideriamo i processi come la materia prima della dimensione digitale della realtà. Ne derivano conseguenze interessanti. Per esempio, diventa molto più facile rendere conto della non indipendenza tra processo digitale e persone che vi partecipano. Possiamo esplorare l’applicazione di concetti della fisica quantistica alla propagazione della cultura. Di sicuro è affascinante. Vedremo se ha anche senso. Come?

Questo ci riporta a Piazza Europa.

Piazza Europa è una sfida per portare sul piano del concreto tutti questi bei ragionamenti teorici.
Noi sfidiamo noi stessi e i partecipanti a creare un monumento digitale. Come dovrebbe essere? Certamente non è una statua di Garibaldi a cavallo realizzata in grafica 3D invece che in pietra. Se seguiamo il filo del ragionamento svolto finora, deve essere un ecosistema che garantisca nei secoli lo svolgimento di processi di grande rilevanza per una comunità. Cerimonie. Riti. Che si svolgono ovunque sia presente il monumento digitale. La comunità non è più necessariamente definita geograficamente. Noi stiamo lavorando intorno a una cerimonia di ringraziamento reciproco che parta dal riconoscimento del contributo di tutti al patrimonio transculturale europeo e arrivi all’assunzione della titolarità da parte di ciascuno di un pezzetto dell’eredità. Serve energia per tenerla in vita. Servono nodi di rete. Se mi interessa, se ha valore per me, metto a disposizione un po’ della mia energia, un po’ della mia potenza di calcolo per assicurare la perpetuazione dell’algoritmo culturale in maniera distribuita. Divento veramente titolare del monumento… anzi, ne divento parte perché sono parte del processo che lo tiene in vita e lo perpetua. Questo è solo un esempio: si aprono continuamente nuovi sentieri da esplorare.

Oggi vi ho dato solo un accenno. Vi avevo avvisato all’inizio che saremmo entrati per qualche minuto nel reame della pazzia. Adesso Silvia vi guiderà indietro nel mondo del buon senso. Tuttavia, se, nonostante tutto, non avete paura di superare i confini della pazzia e volete spingervi un po’ oltre la frontiera del digitale per esplorare e costruire questa nuova dimensione del nostro mondo che sta nascendo in questi anni, siete i benvenuti ad unirvi al nostro gruppo Telegram “CCD2018 – Diculther” dove stiamo discutendo piacevolmente da qualche settimana.

Grazie per l’attenzione!