steve jobs coding

Mentre il Ministero del Lavoro diffonde dati rassicuranti sul JOBS ACT – ad aprile più di 48.000 posti fissi; nel mese più di 210mila attivazioni di contratti di lavoro. Per l’esattezza ad aprile le attivazioni di nuovi contratti a tempo indeterminato sono state 171.515 a fronte di 122.979 cessazioni con un saldo attivo di oltre 48.000 contratti stabili. Le assunzioni sono state superiori rispetto a quelle che si sono avute nell’aprile del 2014 (112.839) e nello stesso mese le attivazioni di nuovi contratti di lavoro sono state 756.926, circa 210.000 in più rispetto alle cessazioni registrate nel periodo (546.382) – l’Ocse lancia l’allarme per l’Italia.

Proprio in queste ore sappiamo che l’Italia è penultima nell’area Ocse per occupazione dei giovani, dietro solo la Grecia: tra il 2007 e il 2013 il tasso di occupazione nella fascia d’età 15-29 anni è sceso di quasi 12 punti percentuali,passando dal 64,33% al 52,79%. Secondo l’organizzazione, pesano “condizioni sfavorevoli e debolezze nel mercato del lavoro, e nelle istituzioni sociali ed educative”. Mentre c’è un boom di giovani ‘Neet’ ossia non occupati né a scuola o in formazione, il 26,09% degli under 30.
Ora dobbiamo considerare un altro dato importante. Il settore che rende di più e offre più lavoro, ossia che incontra maggiormente domanda ed offerta sia sul mercato del consumatore che su quello del lavoro e produzione, è proprio quello dei servizi. Lo vediamo ad esempio con Uber.

Infatti l’Istat ci dice che secondo i recentissimi dati del dicembre 2014 :
nel primo trimestre dell’anno, il fatturato dei servizi registra un +0,3% rispetto al quarto trimestre del 2014 e un +0,6% rispetto al primo trimestre del 2014. Su base congiunturale aumentano maggiormente i settori manutenzione e riparazione autoveicoli, che registrano un +1,3%, e i servizi postali e attività di corriere con +1,1%. Su base tendenziale, l’aumento maggiore si riscontra nel commercio all’ingrosso, che registra una crescita dell’1,3%.

Quindi cos’è che sta caratterizzando questo altalenante ballo di dati sulla occupazione e disoccupazione giovanile?

Si tratta di una realtà che sta evolvendo sotto i nostri occhi. In continua mutazione il mondo del lavoro è ciò che sottende il cambiamento paradigmatico che la crisi economica sta imponendo.
O meglio, diciamo così: le nuove normative, pur ‘primitive’, tardano a ‘praticare’ il cambiamento imposto dalla globalizzazione prima e da internet poi … nonostante il Jobs Act.

Le liberalizzazioni di Bersani erano, e sono tutt’ora, una incredibile intuizione sulle modalità di lavoro che cambiano al mutare dei tempi.
Tutto ciò però procura delle incertezze e lo sfaldamento di schemi antichi che invece andrebbero sostenuti, guidati ed inseriti nelle nuove modalità organizzative. Questo il senso della Legge Bersani, questo il motivo del fallimento delle modifiche intervenute con il Governo Monti.
Ma lasciando perdere ora le polemiche giurisprudenziali – soprattutto quelle che vedono Uber additato come un servizio di ‘scavalco’ (ed in effetti non si potrebbe dire il contrario secondo le attuali leggi italiane) dei servizi già esistenti e legalmente gestiti e normati – vediamo da vicino quali sono i servizi che le nuove tecnologie potrebbero sviluppare per produrre maggiore Pil e soprattutto maggiori posti di lavoro.

Internet è una risorsa fondamentale per il lavoro.

Internet ha creato una vera e propria ‘rivoluzione silenziosa’, soprattutto di pensiero, cambiando il modo di di comunicare ed influenzando l’economia, la politica ed il diritto. Privo di mediazioni, ogni utente è libero di fornire il proprio contributo, partecipando allo scambio di informazioni, idee, all’ampliamento dei contatti, alla creazione di start up.
L’accesso ad internet diventa, dunque fondamentale oggi per la creazione del benessere sociale.
L’unico vero punto di frizione di Internet è la privacy.
Già nel 2014, secondo dati Istat, l’accesso alla rete è aumentato dal 60,7% al 64% e il numero delle famiglie italiane che dispongono di un dispositivo di collegamento ed una banda ultralarga (WiFi) passa dal 59,7% al 62,7%.
Il cambiamento va avanti nonostante i tentativi di imbrigliarlo in schemi di ‘antica memoria’.
I dispositivi connessi a Internet nel 2020 saranno 50 miliardi, forse di più. L’internet delle cose è la nuova frontiera del business e nel 2019 varrà 1,7 trilioni di dollari. Solo in Europa le professioni legate a Internet offriranno 150 mila posti di lavoro nei prossimi due anni. I social network sono la spina dorsale delle relazioni digitali.
Infatti è proprio di queste ore, leggendo il giornale telematico Wired, la cessione del diritto di veto, da parte degli Stati Uniti, sulla cessione dei domini DNS. L’Icann, l’Autorità americana che assegna i nomi a dominio fa sapere, dalla voce del suo Ceo, che gli Usa hanno capito che occorre un modello nuovo aperto e inclusivo, resistente a ogni tentativo di controllo governativo o aziendale e non dovrà essere delegato a entità sovranazionali come l’Onu dove il potere di veto di alcuni attori potrebbe pregiudicarne la libertà e l’efficienza.

Entro giugno arriveranno le proposte definitive da parte di tutti gli attori, tutti i paesi interessati e con accesso ad Internet, e per il 30 settembre la transizione, potrebbe essere una realtà. Di più non sappiamo ma il passaggio è storico, oltre che rischioso. Potremmo trovarci di fronte ad ulteriori tentativi di mettere le briglie ad Internet.
E questo non sarebbe una cosa buona.
Internet sta espandendo le possibilità di creare lavoro e nuove professionalità, fino all’interno delle Amministrazioni pubbliche.
Ma il punto critico, come si diceva, è il diritto alla privacy.

La questione verte infatti sulla duplice tendenza dei policy makers che, mentre tentano di diffondere l’accesso ad Internet, sono allo stesso tempo impegnati a combattere i fenomeni criminali in rete. E’ quest’ultimo uno degli elementi che maggiormente si oppongono alla tesi che riconosce l’accesso al web come diritto fondamentale dell’individuo al quale dovrebbe corrispondere un correlativo obbligo degli Stati. – Si legge sempre su Wired

Lo strumento è il contenuto

Sappiamo che l’utente Internet è in cerca di informazioni e di formazione.
In Italia, nel 2014, circa un terzo degli utenti di Internet ha fatto ricorso a servizi cloud per accedere ai propri file. Gli spazi per l’archiviazione/condivisione su Internet sono usati soprattutto dagli uomini (il 30,2% contro il 26,1% delle donne) e dalle persone tra i 18 e i 34 anni. Perchè? Ma è semplice. Perchè cercano di agevolarsi la vita con ‘servizi’ che non appesantiscano neanche le tasche e non incidano sul tempo di reperibilità ed usabilità. E’ la filosofia della ‘nuova amministrazione pubblica’, è la filosofia di Internet che impone quel cambiamento di efficienza e validità dei contenuti che fino ad oggi abbiamo tanto inseguito

La preoccupazione di un uso illecito di Internet non legittima comunque restrizioni al godimento dei suoi importanti benefici. In questo contesto, la maggiore sfida del diritto è quella di bilanciare, da un lato, la protezione degli utenti in rete e, dall’altro lato, il rispetto della libertà conquistata con questo mezzo di comunicazione, senza ricorrere a misure di tutela eccessive e sproporzionate.
Negare l’accesso alla rete significherebbe infatti ledere diritti umani fondamentali, quali la libertà di espressione, il diritto all’informazione, all’istruzione, allo sviluppo e all’eguaglianza. (scrisse tempo fa Pisani – collaboratore dell’Istituto di Studi Giuridici Internazionali -CNR di Roma)

Per questo la Camera dei Deputati ha fortemente voluto la consultazione pubblica sui diritti di accesso ad Internet, con la supervisione, partecipazione e consulenza di eminentissimi esperti del settore

Le nuove professioni di Internet

La crescente diffusione del web 2.0, ossia quello dei blog, dei social network, di Youtube, Wikipedia, quello degli ‘smantettoni’, insomma, un tempo definiti ‘hacker ideologici’, ha accelerato il cambiamento sociale e prodotto una controinformazione che ha disvelato un po’ ‘magagne’ e falsità del mondo costruito e costituito secondo antiche modalità di interazione politica e sociale.
Questo disvelamento però ha prodotto anche nuove abilità e ha fatto aumentare la domanda di informazione ‘reale’. Gli Open Data sono la modalità di questa aumentata richiesta di ‘trasparenza’.
Questo cambiamento ha prodotto e continua a produrre nuove professionalità: web designer, web master, curatore di contenuti, specialista Seo, Ceo, analista dati web, twitter specialist, facebook specialist, esperto usabilità web, curatore campagne pubblicitarie web, statistica web, curatore di open data, esperto di dati aperti, community manager, web editor … tutte professioni del futuro, tutte professioni del cambiamento. Chi ha detto che Internet ruba posti di lavoro?
L’instabilità creata dal passaggio storico non deve disorientare sulle prospettive della flessibilità. Questa è la vera flessibilità del futuro e che non è detto sia ‘instabile’. Piuttosto è il disegno delle regole democratiche e sicure a creare maggiore o minore stabilità sociale.
Andiamoci piano ma … andiamoci !!

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