La valorizzazione digitale del bene culturale [Open Talk]

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Scopo e contesto

L’obiettivo di questo spazio di discussione è arrivare alla redazione del position paper che funga da base di partenza per la discussione pubblica che si terrà in occasione del brainstorming del 14 Maggio 2015 presso l’Università di Siena. L’incontro avviene nel contesto dei lavori per l’avviamento della Digital Cultural Heritage, Arts and Humanities School e deve produrre indicazioni utili allo sviluppo delle sue strategie. In particolare, deve far emergere le priorità percepite dai possibili beneficiari a livello di domanda di competenze digitali nel settore patrimonio culturale, arti e scienze umanistiche.

Tema della discussione

Individuare le applicazioni tecnologiche funzionali sia alla conservazione sia alla valorizzazione dei beni culturali e in generale ai temi della rigenerazione del sistema museale

Modalità di discussione

Per lo sviluppo della discussione si invita a usare i commenti di questa pagina. Non è obbligatorio, ma è auspicato, l’utilizzo di un profilo che mostri nome reale e soprattutto una propria foto. Aiuta a conoscersi. Si invita anche a cercare di sviluppare e approfondire i thread esistenti prima di aprirne di nuovi, nei limiti del possibile. Appena emergeranno i primi elementi di condivisione, questi verranno consolidati nel testo di questa pagina qui di seguito.


 

Sintesi della discussione [in corso]

  • Quali sono le domande alle quali la valorizzazione digitale dei beni culturali dovrebbe fornire la risposta?
    • Le tecnologie digitali possono aiutare a superare il problema della temporaneità delle mostre?
    • Possono le tecnologie digitali aiutare a narrare di più e meglio in un museo?
      • Superare i vincoli spaziali
      • Le sale digitali
      • La centralità della narrazione
  • “Sia lo studioso che il fruitore devono (sottolineo “devono”) essere uomini del proprio tempo e il tempo attuale è quello delle tecnologie digitali, che supportino la ricerca (analisi satellitari dei siti, ricerche sintattiche e semantiche sulle fonti, catalogazioni integrate, ecc) e il godimento del risultato della ricerca, attraverso tecnologie museali che vadano oltre la mera “presentazione”, ma si rivolgano alla “narrazione”…e quindi all’esperienza…e quindi alla metabolizzazione…dei risultati ottenuti.” [Alessandro Caporuscio]

 

  • La Cultura, ed i beni culturali come suoi strumenti, dovrebbero essere alla base della esperienza e dello sviluppo di un popolo insieme e non in contrasto con la tecnica. Questa banale verità che, in teoria nessuno obbietta, nella realtà è sempre contrastata quando qualcuno vanta la superiorità del sapere astratto alla tecnologia vista come strumento meccanico.
    Secondo me cultura e tecnica sono due facce inscindibili della medaglia del mondo e dell’uomo.

    La tecnologia ci ha dato Gutemberg ed il libro a basso costo ha diffuso la Cultura.

    La tecnologia (ancora ignota) ha reso possibile i violini di Stardivari …poi Paganini ha scritto il Voleo del Calabrone.

    Le moderne tecniche di conservazione, protezione e studio dei capolavori artistici permettono di mantenerle e di metterle a disposizione di tutti nei secolo avvenire ….potendo percorrere migliaia di chilometri.

    Le tecniche digitali, oltre ad essere utili per lo studio, offrono a tutti la possibilità di vedere e godere quei capolavori a KM 0.

    Tanto per esemplificare guardatevi la Cappella Sistina (http://video.repubblica.it/dossier/conclave-2013/entra-nella-cappella-sistina-la-foto-navigabile/121394/119879) oppure Fontana di Trevi (http://krpano.com/krpano.html?pano=panos/rom/trevibrunnen/pano.xml) è come essere su i ponteggi ad un metro da pitture e statue.
    Io credo che un uso giusto di cultura e tecnica ci facciano fare un passo avanti.

    • paolo russo

      Grazie per aver rotto il ghiaccio e aperto la discussione su questo punto, Attilio.

      Penso che tu abbia posto il primo paletto di questa discussione nel sottolineare che il consenso sull’assenza di dicotomia tra cultura e tecnologia debba ancora essere interiorizzato in molti ambienti. E non vale solo nella direzione da te indicata perché non è infrequente sentire in ambienti tecnici che la cultura non serve a granché e non è comunque in grado di generare reddito. Per cui resta un costoso hobby che non sempre ci si può permettere. Discorso che si applica anche ai musei, considerati in gran parte delle strutture improduttive che vivono solo grazie a sussidi pubblici che potrebbero essere impiegati meglio in altri ambiti, specialmente quando sono destinati a piccoli e piccolissimi musei.

      Questo è uno dei problemi per risolvere i quali sta nascendo la Digital Cultural Heritage, Arts and Humanities School: è necessario diffondere la consapevolezza che retaggio, arte e scienze umanistiche rappresentano un grande valore – anche economico – per la società contemporanea e che le tecnologie – in particolare quelle digitali – sono un fattore abilitante chiave per far fruttare tale valore.

      La nostra partecipazione come SGI alla DiCultHer School ci costringe per fortuna a portare il discorso un piano strategico. Come pensatori potremmo limitarci a enunciare principi e avremmo fatto il nostro lavoro. Ma se diamo vita a una organizzazione allora ci stiamo dando una missione, dei valori e degli obiettivi misurabili nel tempo. Questa nostra conversazione che comincia oggi, prosegue a Siena e si concluderà chissà dove e quando deve portare a dotarci prima di tutto di criteri che ci permettano di decidere giorno per giorno: “No, questo DiCultHer non lo fa”. È questa la funzione fondamentale di avere una strategia: decidere cosa non fare. Oppure decidere quale tecnologia – pur bellissima in sé – non adotteremo in quanto non serve a raggiungere i nostri scopi. DiCultHer nasce tra le altre cose per aiutare i singoli poli formativi a definire le proprie strategie sulle competenze digitali che è prioritario inserire nei programmi formativi. È importante insegnare a usare Excel o AutoCAD a chi si occupa di beni culturali? La risposta a questa e a mille domande analoghe dipende ovviamente dai criteri di valutazione, alcuni generali altri specifici dei contesti a cui si deve rivolgere l’offerta formativa. Anche noi nel nostro piccolo dovremo decidere quali applicazioni tecnologiche presentare il 14 maggio e quali no, visto che il tempo sarà limitato. Vediamo di cominciare a discutere di criteri.

      Parto rivolgendo una domanda, sulla quale fornirò più avanti la mia opinione.

      Nella Società Globale della Conoscenza o Società Liquida o comunque si voglia denominare e definire il mondo contemporaneo è ancora attuale e vincente porre al centro della propria strategia il concetto del bene culturale e la diade funzionale della sua conservazione e valorizzazione?

      Dall’impostazione della domanda si capisce che la mia risposta è no, ma vorrei spiegarne le ragioni dopo aver letto qualche altro parere. Sono del parere che domanda sia una parola-chiave, mentre risposta sia una parola-serratura. Cerchiamo di aprire e non di chiudere con questa conversazione.

      E poi adesso non avrei comunque tempo di scrivere la mia risposta, quindi mi conviene cercare di fare lavorare qualcun altro al posto mio 🙂

    • paolo russo

      Mi rispondo da solo, ma con una domanda. Se condividiamo la classificazione di Attilio in un altro post di cultura come conoscenza che si tramanda, beni culturali come testimonianza della conoscenza, tecnologia come fattore abilitante e strumentale, perché l’attenzione dei musei è prevalentemente centrata sul medium (il bene culturale) invece che sul contenuto (la conoscenza)?

  • I concetti di cultura -in senso generale-, di beni culturali -quali oggetto e strumenti della cultura- e di valore dei beni culturali – come cioè assumono valore nei riguardi dell’essere umano- sono chiari nella mente di tutti noi che potremo definirci persone civili. Prima di tentar di capire quali sono gli strumenti che possono facilitare la conservazione e l’utilizzo della cultura e dei beni culturali è bene provare a definirli in modo sufficientemente circoscritto perchè solo così potremo scegliere i migliori strumenti anche digitali validi.
    Per esemplificare la chimica e lo studio delle muffe provocate dalla respirazione umana ci aiuta a conservare affreschi e quadri che poi solo un numero limitato di persone potrà vedere. Allo stesso modo lo sviluppo di tecniche digitali di fotografia non invasiva rendono possibile una diffusione allargata.
    Ma questo non deve significare una diffusione indiscriminata di “tutto” ….la selezione deve essere fatta da onesti sapienti e tutti devono poter avere la Gioconda in salotto.

    • paolo russo

      Intanto si può cominciare creando due scatole: tecnologie per la conservazione e tecnologie per la narrazione. Uso volontariamente il secondo termine al posto di valorizzazione.

    • Credo che creando differenze (narrazione e valorizzazione) si crea una “scissione di pensiero” non utile. Un bene culturale “narrato” è di per se stesso “valorizzato”.
      Per esemplificare estremizzando: La Gioconda, chiusa in un magazzino ben protetto ed il cui accesso è solo per pochi, è solo una tavola ben conservata non un bene culturale.

    • paolo russo

      Concordo con te, ma proprio per questo preferisco usare il termine “narrazione” dal momento che penso siano completamente sovrapponibili in questo contesto. A mio parere l’enfasi va spostata dall’oggetto alle persone. Per questo preferirei che si parlasse di cultura, storie, “lore” e narrazione piuttosto che di “bene” e “valorizzazione”. Parlando di musei, se si va a vedere la definizione sull’enciclopedia, parla di conservazione di oggetti di valore artistico, storico, culturale, scientifico e della loro esibizione al pubblico. A me piacerebbe che questa dicotomia fosse superata pensando sempre in primis al beneficiario finale. La funzione conservativa dell’oggetto è un’aspetto fondamentale, ma è meramente strumentale. Troppo spesso diventa fine e condiziona la forma mentis. Quanti musei hai visitato – specialmente nel settore archeologico – che non sono altro che dei pallosissimi “cataloghi tridimensionali” che poco o niente aggiungono al bagaglio culturale del visitatore?

      Sembra solo giocare con le parole, ma usare “narrazione” al posto di “valorizzazione” per me ha un senso ben preciso in termini di una agenda digitale per la cultura. E in politica, tu lo sai meglio di me, le parole sono sostanza.

  • Nel precedente commento ho posto l’interrogativo sulla definizione di cultura, dei suoi derivati cioè i beni culturali e di come conservarli e tramandarli.
    Per il concetto di cultura esistono mille ed una definizione tutte parzialmente giuste ed io non ho ne le capacità ne la pretesa di trovare quella giusta che possa riassumerle tutte.
    Per la Cultura si potrebbe, rispolverando mie antiche nozioni informatiche, tentare l’applicazione dei concetti di tassonomia ed ontologia per arrivare a definizioni e classificazioni più precise.
    In modo più semplice, e spero sufficientemente corretto e condivisibile, io definirei la cultura come l’insieme di cognizioni e regole connesse ai vari settori dello scibile umano maturate ed aggiornate nel tempo.:
    Già questa primo tentativo di definizione lascia intravedere che la cultura:
    – è differenziata in funzione dell’area di indagine, anche se possono esistere delle interazioni,
    – è strettamente collegata alla conoscenza e forse coincide con essa
    – è un valore che si aggiorna nel tempo, cioè quello che era vero ieri potrebbe non essere vero oggi.
    Provo a chiarire meglio le tre proposizioni precedenti.
    Non esiste una cultura totale perché in ambito umano non esiste chi sa tutto di tutto dall’origine dei tempi ad oggi.
    Esistono culture settoriali che nel corso dei secoli sono diventate sempre più specialistiche con l’approfondimento dei dettagli. Ma di pari passo alla specializzazione ed alla parcellizzazione delle conoscenze si sono sviluppate tecniche di collegamento delle conoscenze che hanno stimolato nuove ricerche e scoperte.
    Credo sia giusto sottolineare che gli aspetti artistici e gli aspetti tecnici sono stati sempre due facce della stessa medaglia.
    La conoscenza del corpo umano e delle sue funzioni è stata stimolata dalla “necessità di benessere” propria dell’uomo. Per migliorare la conoscenza si sono dati battaglia nel corso dei secoli medici che si basavano sull’osservazione dei sintomi esterni e da quello che si poteva capire analizzando un cadavere. Gli studi e le analisi del corpo umano, come effetto collaterale, hanno prodotte moltissime opere artistiche scultoree e pittoriche. Gli sviluppi della scienza hanno permesso di studiare le funzioni vitali in esercizio …e questo ha permesso di scoprire tante cose.
    Non solo in campo “tecnico” la cultura, ovvero la conoscenza, ha permesso di migliorare i risultati indipendentemente da quello che potremo definire valore artistico cioè qualcosa che ci emoziona.

    Non solo perché nati con qualche secolo di differenza, gli affreschi di Giotto si sono rovinati molto di più di quelli della Cappella Sistina perché le tecniche di preparazione del fondo erano molto più primitive di quelle usate da Michelangelo. Il risultato più evidente è che gli affreschi di Giotto hanno avuto bisogno di una manutenzione “ricostruttiva” mentre la Cappella Sistina è tornata splendente “semplicemente ripulendo le pitture”.

    Nel campo dell’architettura questa profonda commistione tra scienza e arte è evidente. In questo settore le intuizioni empiriche dei costruttori ha prodotto grandi capolavori.
    Per esempio il peso delle coperture di un edificio condiziona l’ampiezza del monumento e la grandezza dei muri perimetrali. Il Pantheon di Roma è l’esempio perfetto della intuizione di un grande costruttore: una unica gettata di cemento la cui composizione e densità varia con l’altezza. Questa tecnica, che oggi ci potrebbe apparire quasi banale, si basa su due fattori: la riduzione del peso man mano che si sale diminuisce il carico statico e un peso sempre minore necessita di capacità di sostentamento minori. Questa tecnica rivista e migliorata è stata usata sino a quando la chimica ha prodotto nuovi materiali e la scienza delle costruzioni ha imparato ad usare tecniche di progettazione e
    calcolo che si sviluppavano insieme alla matematica.
    Il ciclo virtuoso conoscenza, arte e tecnica continua a produrre risultati positivi.
    Ho iniziato questa nota cercando una definizione di cultura e, a questo punto,mi accorgo di aver praticamente risposto alle domande iniziali: cosa è cultura, cosa sono i beni culturali e come la tecnica può favorirli.
    La cultura è la conoscenza che si tramanda nei secoli, i beni culturali sono le testimonianze dello sviluppo della conoscenza e la tecnica è quello strumento che ha permesso lo sviluppo pratico della cultura favorendo lo studio e la soluzioni dei problemi che mana mano si presentavano ed aiutando a conservare tutti i passi intermedi.
    A questo punto è giusto domandarsi come il digitale può positivamente agire in questi contesti ….il tentativo di risposata alla prossima puntata.

    • paolo russo

      Una domanda: stante la tua definizione della triade cultura, beni culturali, tecnica, quali pensi dovrebbe essere la missione di un museo?

    • Rispondo alla domanda più sopra quando chiedi un commento sulla missione di un Museo

  • Dopo alcune considerazioni dialettiche su cultura, beni culturali e strumenti digitali, oggi penso sia utile far conoscere una proposta per una Call europea che 10 anni fà.
    Il titolo è “TEBE Temporary Exibitions Become Endless” ed un breve abstract è “Ogni giorno nel mondo sono organizzate moltissime esibizioni di tipo culturale temporanee. Sfortunatamente queste mostre possono essere viste dalle sole persone che, nel limitato periodo della loro apertura, possono recarsi nel luogo dove sono organizzate.
    L’idea progettuale è di disegnare e costruire un processo in grado di rendere possibile la fruizione
    della mostra ad un più vasto pubblico. In altre parole di convertire l’evento temporaneo in un evento di molto maggiore durata.”.
    Io credo che indipendentemente dall’insuccesso di quella proposta, questo progetto possa essere un utile esempio di come gli strumenti digitali possono essere di supporto alla diffusione della cultura.

    La documentazione del progetto è a disposizione di tutti in http://www.dropbox.com/sh/lw4ubpgi33s385k/AABx41elaNrQJxCHHv32XGHda?dl=0 ( in cao di ulteriore diffusione o utilizzazione gradirei essere informato).

  • Alessandro Caporuscio

    “cultura: L’insieme delle cognizioni intellettuali che, acquisite attraverso lo studio, la lettura, l’esperienza, l’influenza dell’ambiente e rielaborate in modo soggettivo e autonomo diventano elemento costitutivo della personalità, contribuendo ad arricchire lo spirito, a sviluppare o migliorare le facoltà individuali, specialmente la capacità di giudizio.
    Complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico.”

    Parto dalla definizione di cultura data dall’enciclopedia Treccani perchè mi sembra che lo scioglimento della dicotomia risieda già nella definizione…come spesso avviene la risposta è nella domanda.

    Mi sembra soprattutto illuminante uno dei termini usati per definire le modalità di formazione della propria “cultura”, mi riferisco ad “esperienza”, la cultura (e sottolineo che debba essere la PROPRIA cultura) va formata certamente attraverso lo studio…ma altrettanto certamente esperendola, soprattutto per i pubblici che per età o abitudine o attitudine non abbiano modo di accedere agli altri canali formativi.

    La prima considerazione che mi viene quindi da fare è che uno dei modi (forse quello privilegiato se parliamo di divulgazione e democratizzazione della cultura) di formazione sia quello di “viverla”…ed in tal modo farla maggiormente propria, nell’ottica di considerarla come lo strumento principe per maturare le proprie capacità di analisi e di giudizio, in maniera autonoma e soggettiva.

    la seconda considerazione viene dalla seconda definizione, quando si menziona il “Complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche,..ecc” sottolineando come tale definizione valga in una determinata società ed in un determinato momento storico.
    La cultura non è quindi un totem immutabile, è un organismo vivo che vive in un tempo e in una società ed in quanto integrata in un sistema cronosociale deve tenere conto dei vincoli e, soprattutto, delle opportunità che questo sistema offre.
    non è possibile pensare all’archeologo del XXI secolo come una riedizione di Schliemann, armato solo dei testi cartacei e di un piccone, così come il fruitore degli scavi di Troia o di Micene non può essere il giovane Goethe del grand tour.
    Sia lo studioso che il fruitore devono (sottolineo “devono”) essere uomini del proprio tempo e il tempo attuale è quello delle tecnologie digitali, che supportino la ricerca (analisi satellitari dei siti, ricerche sintattiche e semantiche sulle fonti, catalogazioni integrate, ecc) e il godimento del risultato della ricerca, attraverso tecnologie museali che vadano oltre la mera “presentazione”, ma si rivolgano alla “narrazione”…e quindi all’esperienza…e quindi alla metabolizzazione…dei risultati ottenuti.

    • paolo russo

      Concordo con questo approccio: stante che una funzione conservativa dei beni culturali e delle opere d’arte è essenziale per la trasmissione di tali testimonianze della cultura passata alle generazioni successive, bisogna riflettere se abbia ancora senso impostare la fase di valorizzazione su un modello di comunicazione centrato sul concetto del Catalogo e della Didattica, nel momento in cui soprattutto si voglia lavorare per la trasmissione della cultura alle generazioni successive. Storia e Educazione mi sembrano due parole-chiave molto più appropriate. Le prime due mi verrebbe quasi da definirle parole-serratura oggigiorno.

      Però, il parlare per concetti e in terza persona su quello che si ritiene giusto per gli altri ha i suoi limiti. Sarei interessato a leggere qualche contributo che cominciasse con: “A me piacerebbe che la visita di un museo funzionasse così:…”

    • Alessandro Caporuscio

      mi si passi la battuta…sarebbe bello che all’ingresso di un museo qualcuno ci dicesse: “c’era una volta…”, in fin dei conti il racconto è il modo più efficace per trasmettere concetti, morali o storici che siano. i grandi poemi epici, così come le narrazioni mitologiche e religiose, servono a fissare i concetti attraverso meccanismi di storificazione.
      L’attitudine a narrare è una delle poche caratteristiche umane universali e quando un
      comportamento, sostiene Gottschall, è presente in tutte le società, la scienza vi riconosce un prodotto dell’evoluzione, nel raccontare storie ci deve essere quindi qualcosa di utile per la nostra specie, qualcosa che ne potenzia le capacità sociali…così come vi è nell’ascoltarle.
      Una attitudine studiata anche da Michael Gazzaniga, uno dei padri delle neuroscienze,
      che la definisce come “l’interprete” attraverso il quale il nostro cervello applica proprio quella tecnica della “storificazione”, necessaria alla nostra mente per mettere ordine e rendere coerente ciòche non lo sarebbe, interprete che dia forma e significato alla realtà.

      quindi, iniziando dall’atrio del nostro museo, la prima cosa che mi aspetto entrando è qualcuno/qualcosa…una “istanza”…che mi introduca alla storia alla quale assisterò…anzi…vivrò.
      nel prossimo post cercherò di essere un po’ più concreto 😉

    • paolo russo

      È già un buon punto di partenza.
      Vale lo stesso anche per me, ma aggiungerei un livello: le tecnologie digitali permettono di superare i vincoli spaziali in molti modi. In un allestimento fisico lo spazio per etichette e pannelli e forzatamente limitato. Già l’utilizzo dei monitor in qualche modo aiuta, ma continua ad essere sottoposto al vincolo di stazionamento dell’osservatore a meno che non siano megaschermi. Ma in quel caso interviene il vincolo temporale imposto dal tempo dei video che vi si mostrano. La creazioni di cloud locali o ultralocali attraverso le quali si possa accedere solo alle storie e informazioni pertinenti agli oggetti osservabili in prossimità apre infinite possibilità.
      Quindi, io all’entrata di una esibizione sarei ben felice di trovare qualcosa che mi permetta di scegliere una tra le possibili storie che vengono raccontate all’interno.
      È poco aulico dirlo, ma in sostanza dobbiamo far diventare realtà ciò che la fantascienza ha già immaginato: dobbiamo inventare il TARDIS!

    • Alessandro Caporuscio

      di fatto stiamo parlando di un ipertesto museale, un reticolo di storie interconnesse dove i “pezzi” esposti siano i nodi della rete e da ogni nodo si possa decidere di seguire una delle n storie e dove le altre n-1 siano recuperabili in seguito, senza che si perda coerenza e integrità…qualità queste ultime che sono tipiche anche del trattamento delle informazioni…legate quindi alle tecnologie digitali.
      mi sono preso la briga di andare a recuperare le forme normali di Boyce e Codd e ho trovato queste due definizioni relative alla decomposizione delle informazioni:
      la decomposizione deve essere senza perdita, che garantisca la ricostruzione delle informazioni originarie;
      deve garantire la conservazione delle dipendenze, che garantisce il mantenimento dei vincoli di integrità originari.

      Storie quindi scomposte in frammenti…tenuti insieme dalle storie…attraverso legami narrativi, dove il singolo pezzo possa essere funzionale a più racconti assumendo più ruoli.
      questo comporta ovviamente un incremento esponenziale della complessità ed è proprio su questo punto che le tecnologie digitali possono essere di supporto per gestire questo apparente di cui però si abbia il capo del filo in mano.
      quindi di fatto la collocazione fisica dei pezzi nel museo perde (o riduce) importanza perchè il vero fil rouge non è dato dalle sale ma dalle storie…e come toglie importanza alla disposizione pur nello stesso luogo fisico lo fa anche (soprattutto) se il luogo fisico si smaterializza…anche parzialmente.
      una storia che inizia davanti alla teca con un certo pezzo-nodo potrebbe proseguire attraverso l’arco narrativo con un pezzo-nodo che sia fisicamente da un’altra parte. l’ipertesto museale digitale non ha limiti spaziali nè di media…deve solo obbedire ai criteri di coerenza perchè la storia possa essere interpretata al meglio.

    • paolo russo

      Vero, si può costruire la narrazione come un ipertesto, dove gli osservabili (che non sono necessariamente solo le opere esposte) rappresentano i nodi che si collegano. Però, non è l’unica scelta. Si può anche impostare lo spazio narrativo come una sovrapposizione di percorsi lineari (storie) che scorrono senza necessariamente intersecarsi. In quel caso preferisco pensare più al modello della mappa dello storyworld piuttosto che all’ipertesto. Anche perché la mappa è più legata ad un concetto visivo che preferisco rispetto alla comunicazione testuale.

      C’è poi un altro elemento da considerare, dove non sono d’accordo col la tua osservazione. Per esperienza – limitata, ma pur sempre esperienza – la collocazione dei pezzi rimane assolutamente critica perché marca l’evoluzione temporale della storia nella mente dell’osservatore attraverso il procedere nello spazio. È un concetto espresso molto bene da Scott McLoud riferito al fumetto e si applica secondo me anche a questo contesto. La narrazione si può modellizzare come una sorta di graphic novel 3D, dove gli spostamenti tra gli osservabili marcano la sequenza logica e l’evoluzione temporale, con veri e propri atti e scene in maniera molto vicina alla rappresentazione teatrale. Questo soprattutto in presenza di una guida-attore che, a mio parere, è un elemento critico di successo. Visitare una mostra da soli seguendo un catalogo o un audio-guida per me è come guardare un film in televisione. Seguire una guida-attore è come assistere a una rappresentazione dal vivo in teatro.

    • Alessandro Caporuscio

      vedo il tuo scott mcCloud e rilancio con il concetto di “frame” applicato al percorso narrativo, non più una sala…ma un qualunque spazio delimitato fisicamente e/o logicamente come rappresentante di un “istante che ha una durata” (cit. Daniele Barbieri) della storia, un momento del racconto che non è necessariamente un “istante”, ma un blocco narrativo-visuale (ancora Barbieri) che sia collassato per adempiere alla propria funzione narrativa e che la nostra mente sia in grado di interpretate in maniera coerente (di nuovo), come nell’esempio sotto in cui la prima scena è fittizia…in realtà la dinamica è di istanti separati e interpretati…”scritti”, cioè costruiti…dal lettore.

      e qui si apre un altro fronte sconfinato…quello della cooperazione tra visitatore e mostra…non uno spettatore passivo ma un elemento attivo della narrazione.

    • paolo russo

      Per questa via si arriva a due altre vie da esplorare, non tanto in teoria dove molto è già stato detto, quando in pratica in quanto sono idee che hanno finora trovato applicazione abbastanza marginale.

      La prima conseguenza del ragionamento è che il museo non ha più necessariamente bisogno di sale fisiche, ma può essere costruito ovunque creando delle “sale” digitali intese nel senso che hai definito prima. È chiaro che il focus in questo caso si sta spostando dalla conservazione di oggetti a conservazione di storie di interesse artistico, storico, culturale, scientifico per una comunità, comunque questa voglia essere definita. Cambia molto anche il concetto di conservazione, perché le storie si conservano solo se sono vive e per tenerle vive vanno narrate. Nel narrarle cambiano e quindi la capacità di gestire questa massa “liquida” diventa un requisito primario. Stiamo arrivando appunto alla seconda conseguenza: l’interazione tra visitatore e mostra cambia entrambi perché nell’uno si arricchisce (spiegabilmente) il mondo di storie interiore, mentre la seconda si dovrebbe arricchire acquisendo nuove mutazioni delle sue storie che si generano nei visitatori. Di nuovo tornano le analogie con il teatro e in questo caso penso alla Quarta Parete. Una parete i cui graffiti digitali devono essere raccolti e conservati.

    • Entro un po “a gamba tesa” nella discussione.
      Credo che siamo abbastanza d’accordo sul fatto che la “cultura” è quell’insieme di fatti, esperienze ed oggetti che nel tempo sono avvenuti, fatte e costruiti dai nostri predecessori.
      Chiaramente quei fatti, esperienze ed oggetti devono essere valutati sia in riferimento al tempo in cui sono avvenuti sia sulla base di quello che oggi conosciamo. Un “errore sistemico” fatto duemila anni fa non diminuisce il valore di quella osservazione e ci aiuta a capire anche come provare ad evitare inevitabili valutazioni errate presenti e future.
      Tutto ciò dal punto di vista della teoria della conoscenza e dello sviluppo umano.
      Come questa teoria può estrinsecarsi nella pratica attuale?
      Io credo che l’evoluzione del concetto di “museo” sia la risposta.
      Il Museo è il luogo:
      -della conservazione del “passato”.
      -della disponibilità della conoscenza del “passato”
      -della illustrazione del “passato” con tutti gli strumenti oggi e domani possibili
      I tre volti del Museo dovranno essere supportati da differenti specializzazioni, senza però privilegiarne concettualmente o praticamente alcuna.
      Se condividiamo questa “definizione” generale, mi sembra che già sia tracciata una sorta di pianta di come è fatto un Museo: una magazzino “aperto” di opere facilmente “consultabili in loco” o a distanza a seconda degli scopi della consultazione.
      “Toccare” una edizione quattrocentesca in-folio della “Divina Commedia” può anche dare una sensazione bellissima, ma non aiuta la “cultura”. Esaminare chimicamente e fisicamente lo stesso testo originale può essere utile per migliorarne la conservazione o l’evoluzione dei processi di stampa. Uno studioso che vuole conoscere bene il testo come scritto quasi ai tempi dell’autore, può farlo anche esaminando una copia digitale di quel testo.
      Scusate l’uso del “virgolettato”, è una mia cattiva abitudine che spesso è utile per non infarcire il testo di lunghe definizioni …e sono sicuro che stiamo discutendo di cose serie, ma con pochi “formalismi”.

    • paolo russo

      Se tu non entrassi a gamba tesa in una discussione, penserei che sei stato rimpiazzato da una spora aliena :-).

      Concordiamo sulla definizione di museo, che è abbastanza “classica”. Tra l’altro l’avevo riportata anche io rispondendoti in un altro thread prima di accorgermi di questo tuo post. Ho già chiarito lì perché preferisco un tipo di linguaggio diverso, ma funzionalmente poi le categorie sembrano quelle anche a me. Poi ricordiamoci che questa discussione la stiamo facendo per mettere carne al fuoco per l’incontro del 14 maggio a Siena e definire una base di partenza. Auspicabilmente altre persone raccoglieranno questi spunti e li amplieranno per poi cercare di arrivare a una sintesi condivisa. Qui, più che cercare di dare risposte, mi sembra che dovremmo cercare di far emergere domande. E il tuo commento secondo me ne ispira due.

      La prima è su chi siano i “clienti” del museo e quale valore debba essere offerto loro. Implicitamente dalle tue parole si individuano gli studiosi, ai quali va offerta la possibilità di eseguire le loro indagini. Poi ci sono le generazioni del futuro, alle quali va garantita la piena fruibilità dell’opera nei limiti dell’umanamente possibile. Poi ci sono quelli che genericamente definirei i “consumatori” di cultura per riassumere per semplicità – e, lo ammetto, in maniera piuttosto brutta – tutti i vari fruitori non professionali: appassionati, scolaresche trascinate dai professori, ecc…
      Questa variabile dell’equazione deve essere sempre tenuta ben presente nel ragionare del futuro del museo.

      C’è poi una seconda domanda che è ancora più critica ed è sulla missione e i valori di riferimento del museo: deve avere una funzione didattica o educativa?
      La mia percezione è tutt’altro che esaustiva, ma l’impressione è che la prima funzione prevalga nettamente come numero di musei, mostre e iniziative. Molto spesso il visitatore è concepito come qualcuno che viene a imparare una lezione, mentre mi piacerebbe che venisse concepito come un narratore che viene in cerca di ispirazione per arricchire il proprio mondo di storie interiore. Mondo interiore che è lo strumento principe per l’interpretazione della realtà e l’interazione con essa.

    • Alessandro Caporuscio

      in realtà il visitatore di un museo parte proprio da questo concetto…egli ha un mondo interiore che lo porta a cercarne un arricchimento. non vado ad una mostra sugli etruschi se già quel mondo non fa parte di me.
      uscirei inoltre dal cappio del museo come luogo di formazione e/o educazione, sono aspetti che sono ovviamente presenti ma che rischiano di allontanare chi non abbia già di suo una motivazione forte…questi aspetti devono invece essere di sottofondo e viaggiare su di un veicolo che abbia una attrattiva più forte, non deve essere “andiamo a vedere il museo etrusco” ma “andiamo a sentire il racconto di quella civiltà”.
      cosa offrire quindi ad un visitatore? non una lezione…sicuramente, credo che egli debba aspettarsi di potersi connettere alla parte del proprio mondo interiore fuori di sè, di costruire inferenze tra ciò che ha dentro e ciò che è fuori.
      non andrei a vedere un museo dove sono conservate cose delle quali non so…scusate “sento”… nulla, come probabilmente non andrei a vedere qualcosa della quale ho già sentito tutto (caso improbabile ma è di pura accademia).
      devo quindi stabilire una relazione con ciò al quale vado assistere…e la cosa che si avvicina di più a questa empatizzazione è proprio la narrazione…meglio se sono presenti elementi che la spettacolarizzino…che la rendano vitale.
      sappiamo tutti bene che a parità di contenuti esistono libri che appassionino (e lascino quindi traccia dentro di sè) e libri che invece non depositino nulla in chi li legge. se pensiamo ad un museo come ad un libro occorre che questo sia appassionante…che catturi…non che abbia solo delle belle illustrazioni o sia stampato su bella carta.
      la conservazione e l’esposizione sono benefici collaterali, indotti da una componente ancora più preminente che è la narrazione.
      concettualmente è facile…più difficile è trovare, come ogni narratore, le migliori strategie che tengano il lettore legato…che stimoli quella che Barthes chiamava “sindrome del e poi e poi”…il desiderio di sapere come prosegue la storia, di voler leggere una pagina ancora. se un museo non suscita questo desiderio non ha raggiunto il suo scopo.

  • Alessandra Donnini

    Non mi inserisco nel thread dei commenti, ma affronto direttamente il problema finale. Secondo me mostre e musei dovrebbero spostarsi nel luogo di gestione anche tecnologica del bene oppure riprodurlo. Mostrare non solo il bene, ma anche il processo tecnologico messo a punto per il ritrovamento, la collocazione, la manutenzione, gli strumenti di indagine parallela, la gestione. Dove possibile dovrebbe essere mostrato il bene e il laboratorio a supporto con gli scienziati veri 🙂 Faccio un esempio, sono stata a lungo affascinata ed emozionata dal satiro danzante, che è stato portato anche in Giappone e per il trasporto furono scomodati fisici e ingegneri per progettare la struttura simile a una bussola cardanica che ha fatto sì che il satiro galleggiasse nell’aria durante il trasporto. Ecco quella struttura di trasporto secondo me è il complemento tecnologico al bene e racconta un po’ della sua storia moderna e varrebbe la pena di raccontarla, magari facendo partecipare le persone a esperimenti di fisica.

  • Alessandra Donnini

    Non mi inserisco nel thread dei commenti, ma affronto direttamente il problema finale. Secondo me mostre e musei dovrebbero spostarsi nel luogo di gestione anche tecnologica del bene oppure riprodurlo. Mostrare non solo il bene, ma anche il processo tecnologico messo a punto per il ritrovamento, la collocazione, la manutenzione, gli strumenti di indagine parallela, la gestione. Dove possibile dovrebbe essere mostrato il bene e il laboratorio a supporto con gli scienziati veri 🙂 Faccio un esempio, sono stata a lungo affascinata ed emozionata dal satiro danzante, che è stato portato anche in Giappone e per il trasporto furono scomodati fisici e ingegneri per progettare la struttura simile a una bussola cardanica che ha fatto sì che il satiro galleggiasse nell’aria durante il trasporto. Ecco quella struttura di trasporto secondo me è il complemento tecnologico al bene e racconta un po’ della sua storia moderna e varrebbe la pena di raccontarla, magari facendo partecipare le persone a esperimenti di fisica.

    • paolo russo

      Mi trovi d’accordo, anche se io la vedo in maniera più ampia. Il valore del “bene culturale” risiede nel mondo di storie ad esso collegate, delle quali fanno parte anche tutte quelle riguardanti gli aspetti tecnologici relativi alla sua conservazione, trasporto ed esibizione. Ma oltre a queste ci sono tutte le storie sul suo ritrovamento, in alcuni casi sul suo furto e recupero, tutte quelle legate al suo uso, al contesto storico, geografico, o anche gli “stream of consciousness” generati nei visitatori. Tutto ciò è un patrimonio culturale immateriale che deve essere conservato e tramandato tanto quanto l’opera materiale che lo genera. Ma conservare storie vuol dire raccontarle e quindi a me è caro il concetto di “museater”, un museo che è concepito per “mettere in scena” tutte le storie legate ai beni in esibizione. L’idea di base è che ogni visitatore è un narratore che deve uscire dal museo avendo arricchito il proprio mondo interiore di storie. In caso contrario, la mostra non avrà comunicato nulla e sarà stata sostanzialmente inutile.

  • Dopo circa un mese mi ricollego alla discussione partendo da l’ultimo contributo di Alessandra “….il complemento tecnologico al bene e racconta un po’ della sua storia moderna e varrebbe la pena di raccontarla,….” che introduce un’altra variabile al discorso: il valore della tecnica che permette di tramandare i beni culturali cioè che permette di fa re in modo che questi bene possano essere …un bene per chi verrà dopo.
    Ma questa nuova variabile ci allontana un po dalla traccia iniziale che era quella di tentare di capire cosa è cultura e quindi di bene culturale e come questo bene contribuisce ad un “miglioramento umano”.
    Siamo quindi entrati in un museo …potrebbe essere reale o digitale. Se il museo è reale sicuramente le sensazioni che potrebbe creare sono diverse da quelle create da un museo digitale …come è diversa una azione fisica reale da un film della stessa azione. Se però vogliamo che il bene culturale contenuto in quel muso crei sensazioni e cultura, allora il digitale ci può venire in aiuto perchè oltre alla “visione” può fornire mille altre informazioni connesse all’oggetto e che l’oggetto da solo non è in grado di fornire: se io guardo un’opera d’arte, posso trarne piacere ed elevare il mio animo; se io guardo quell’opera con uno strumento digitale, posso anche trovare giudizi ed informazioni culturali che aumentano la mia conoscenza e che mi permettono di mettere in relazione quell’opera con tutto quanto riguarda la nascita, la vita e l’eredità di quell’opera.
    In conclusione penso che si debba sempre considerare il valore intrinseco di un bene ed in senso generale la cultura che il bene genera.