Sul blocco della app di Tumblr

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cyberattacchi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal socio Arnaldo Dovigo.


 

La notizia, resa pubblica in Italia nella Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, è che AppleStore e GooglePlay hanno tolto dai loro cataloghi l’app di Tumblr per per la comparsa in quella piattaforma di materiale pedopornografico. Tumblr ha risposto che il fatto è dovuto a “problemi tecnici” (espressione che sappiamo voler dire tutto e il suo contrario), nel filtrare le immagini, perché, sappiamo, la verifica è fatta con algoritmi non sempre è affidabile.

Non tutto ciò che è nudo è necessariamente pornografico, altrimenti dovremmo passare una mano di calce sugli affreschi di Pompei  e distruggere il David di Michelangelo assieme a tutte le statue che molti di noi incontrano ogni giorno per strada in città, così come solo una mente disturbata  può vedere una bambina nuda e non una piccola disperata in fuga da un bombardamento nella celeberrima fotografia di Nick Út che ritrae Phan Thị Kim Phúc, diventata simbolo della guerra in Vietnam.

Esiste una marcata differenza tra nudo artistico e nudo pornografico, tanto che la lingua inglese usa due parole distinte, nude e naked, il confine tra i quali è spesso soggettivo.

Stiamo però trattando di pornografia minorile, ormai una piaga sociale, con molti siti operanti soprattutto nel dark Web che fanno affari sporchi, e con i malcapitati adolescenti ai quali viene dato in mano uno smartphone senza le istruzioni per l’uso, non quelle tecniche ma quelle etiche che dovrebbero essere fornite prima  ai genitori, spesso non preparati, e la scuola che spesso trascura l’impatto anche emotivo delle tecnologie sui giovani.

Oltre agli episodi di  cyberbullismo all’ordine del giorno è scemata l’attenzione, per quel fenomeno che vede una notizia rimbalzata sui media per un periodo per poi cadere nell’oblio, sulla realtà delle ragazzine che vendono le fotografie del loro corpo nudo in internet. Niente ci fa credere o meglio sperare che  abbiano smesso di farlo. Non se ne parla quasi più credendo così di esserci messi l’anima in pace.

La raccomandazione sempre valida, oltre all’educazione ai media rivolta agli adolescenti e agli adulti, è di non mettere mai  in Rete  le fotografie di bambini, perché non si sa dove possono finire e come possono essere manipolate. Quella innocente moda del secolo scorso di fotografare i bambini piccoli a culetto in su, innocente perché rimaneva nell’ambito familiare, si è sposta sul Web con effetti devastanti, con le conseguenze che la Francia ne ha vietato la pubblicazione e in Italia, dove il divieto non c’è, molti genitori potrebbero essere accusati dai figli al raggiungimento della maggiore età per aver pubblicato foto inopportune. 

 

L’esempio emblematico di abuso dell’immagine di una minore -ma il discorso vale anche per i maggiorenni –  è quello di Melissa Bassi, la studentessa di Mesagne ammazzata dall’attentato di un folle davanti alla sua scuola di Brindisi il 19 maggio 2012, il cui volto è stato usato da un sito pornografico olandese. La fotografia del volto di una  sedicenne bella come tante altre sue compagne della sua età, sconosciuta ai più fino al giorno antecedente la sua morte, usata col copia-incolla dovrebbe bastare a far riflettere alla necessità di pensare e ripensare prima di mettere in Rete, ma anche di mandare a un amico o amica, qualsiasi fotografia che non vorremmo fosse vista da altri. 

Pornografia, proprio per il suffisso -grafia, è anche quella in forma scritta, che viene definita linguaggio dell’odio o in inglese hate speech.

Mi  riferisco a quanti, su Twitter e gli altri Social Media insultano con termini volgari che nulla hanno a che vedere con il tema del messaggio, in particolare le donne. Gli esempi simbolo sono diventati, loro malgrado, gli insulti contro Laura Boldrini e Maria Elena Boschi. Si possono avere dei pareri contrari alle opinioni  o sull’operato  di questa e o di quella, dissentire fa parte di quel privilegio chiamato democrazia, altra cosa è l’offesa verso la persona. Ho citato due donne ma le offese, gratuite, pesanti e fuori contesto, vengono rivolte anche agli uomini.

Tra i minori la tecnica della diffamazione e del discredito sfocia in una forma di cyberbullismo rivolta contro i compagni di scuola o del gruppo più deboli che non hanno la forza di denunciare il fatto ai genitori, agli insegnanti o alla Polizia Postale anche attraverso l’app YouPol studiata proprio per questo.

Molte persone hanno una doppia morale, quella in “giacca e cravatta” della vita fisica e quella “da tastiera”, dei dottor Jekyll e Mister Hide che dimenticano essere la stessa persona. Come quelle persone che iniziano il discorso dicendo “Sinceramente parlando…” e che dovrebbero essere interrotte domandando loro “Scusa, di solito come parli?”.

Così come stanno andando in disuso termini come “nuove tecnologie” e “nativi digitali”, bisogna far capire che non esiste una “vita virtuale” e una “da tastiera”, perché è la stessa persona che interagisce con una o più altre.

Emarginando e bloccando i i violenti da tastiera si va sicuramente verso un mondo, anche virtuale, più pulito e di dialogo, rispettoso delle opinioni altrui. Lo si può fare privatamente senza aspettare che i responsabili o la Polizia postale intervengano nei casi estremi.

Se una persona è isolata o non trova riscontri, può twittare  o postare su Facebook finché vuole, ma finirà di farlo solo per se stessa.

Le leggi e i regolamenti contro la diffamazione e il diritto all’oblio ci sono, ma sappiamo che molto spesso i tempi sono lunghi o hanno le armi spuntate.

Così come trent’anni dopo le Raccomandazioni di Alma Sabatini si continua a dover parlare dell’uso corretto del linguaggio di genere, allo stesso modo, trent’anni dopo i primi timidi forum si deve continuare a parlare della buona vecchia Netiquette, e se ciò è opportuno farlo con i giovani, è triste doverlo fare con gli adulti.