La via italiana alla “liberazione dei dati” tra anomalie e qualche piacevole sorpresa

Come spesso si fa nel mondo delle tecnologie si cambiano i nomi: quella che una volta si chiamava trasparenza adesso si chiama Open Government e Open Data. E come spesso accade nel nostro Paese non siamo capaci neppure di copiare i nomi giusti: Open Government Data è il nome giusto, ma in Italia ormai si parla di open data o dati aperti.

Proviamo a partire dall’inizio, perché anche in questo siamo bravissimi: come spesso accade abbiamo iniziato prima di chiunque altro al mondo a normarli anche se non esattamente come poi sono stati declinati. Già nel marzo 2005 è stato pubblicato il D. Lgs. 82, il cosiddetto Codice dell’Amministrazione Digitale o CAD che, all’articolo 50 “Disponibilità dei dati delle pubbliche amministrazioni” recitava:

“I dati delle pubbliche amministrazioni sono formati, raccolti, conservati, resi disponibili e accessibili con l’uso delle tecnologie dell’informazione… Qualunque dato trattato da una pubblica amministrazione… è reso accessibile e fruibile alle altre amministrazioni.”

Nel CAD veniva inoltre definito, all’articolo 68, il formato aperto come “formato dati reso pubblico e documentato esaustivamente”, segnalando che il CNIPA (l’attuale DigitPA) avrebbe istituito e aggiornato con periodicità annuale, “un repertorio dei formati aperti utilizzabili nelle pubbliche amministrazioni e delle modalità di trasferimento dei formati”. Ma soprattutto l’articolo 68 prevedeva che le PA nella predisposizione o nell’acquisizione dei programmi informatici, adottassero soluzioni informatiche per assicurare l’interoperabilità e la cooperazione applicativa, e consentire la rappresentazione dei dati e documenti in più formati, di cui almeno uno di tipo aperto.

Che cosa significa esattamente?
Fondamentalmente due cose: che la PA deve rendere fruibili i propri dati ad altre amministrazioni e che le PA sono tenute ad adottare soluzioni che consentano la rappresentazione dei dati in almeno un formato aperto.

Manca, allora, l’ultimo pezzo: l’obbligo per la PA di rendere fruibili i dati anche a terzi. E qui arriviamo ad un’altra anomalia tutta italiana: mentre negli altri Paesi, tutto ciò che riguarda l’Open Data Government è stato attivato direttamente dai governi locali e/o nazionali, in Italia sono sorti vari gruppi nella Rete formati da informatici, professori universitari, operatori ICT, giuristi, esperti del settore dei dati pubblici, operatori della PA, semplici cittadini, che propugnano l’adozione di politiche Open Data nel nostro Paese. E così è nata la prima eccellenza nella Regione Piemonte con il portale dati.piemonte.it in cui ha pubblicato moltissimi dati in formato aperto e accessibile e a valle di questa esperienza, anche spinto dal movimento citato, il governo, con l’allora Ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, ha lanciato il sito dati.gov.it a valle del quale, a dicembre 2011 è stato pubblicato anche dati.camera.it.

Ci siamo quindi? Sì e no.
Sì perché gli Open Data sono finalmente stati sdoganati sia a livello locale che nazionale e perché la normativa in parte supporta la PA nelle proprie scelte di apertura. No perché non c’è ancora un obbligo stringente e soprattutto no perché il concetto di openness non è ancora stato veramente acquisto né dalla classe politica né dai dirigenti della PA.

Che fare dunque?
Un ulteriore passo è stato fatto nella pubblicazione del “contest” Apps4Italy che terminerà ad aprile 2012 e che ha aperto una competizione per proporre idee e soluzioni nell’ambito degli Open Data e che ha quindi aumentato la consapevolezza sul tema. Altre spinte, ne siamo certi, verranno dal basso, perché i dati pubblici dovrebbero essere aperti e le ragioni sono fondamentalmente tre:

  1. per la trasparenza: in una società democratica i cittadini hanno il diritto di conoscere ciò che il loro governo sta facendo; affinché questo sia possibile l’accesso ai dati e alle informazioni governative deve essere libero e i cittadini devono poter condividere questo patrimonio tra di loro. La trasparenza non riguarda unicamente l’accesso ai dati ma anche la loro condivisione e il riuso degli stessi;
  2. per il loro valore sociale e commerciale. Nell’era digitale i dati sono la risorsa principale per le attività commerciali e sociali. Dalla ricerca del proprio codice postale alla costruzione di un motore di ricerca, si richiede accesso a dati che sono nella maggior parte creati o gestiti dalla PA. Attraverso l’apertura di questi dati la PA favorisce la nascita e lo sviluppo di attività e servizi innovativi che producono valore sociale e commerciale;
  3. per arrivare ad un pieno e completo governo partecipativo. I cittadini solitamente entrano a contatto con il proprio governo ogni 4 o 5 anni attraverso le elezioni politiche, mentre liberando i dati pubblici essi possono essere informati e coinvolti maggiormente nella vita del loro Paese e nel processo decisionale nazionale. Tutto questo è più che semplice trasparenza: è la costruzione di una società partecipativa e di un processo di co-produzione che coinvolga pienamente Stato e amministrati. È la forma ultima e più completa di Open Government, il suo approdo finale.

Quest’ultimo punto ci porta a quello che viene definito Citizensourcing, neologismo forgiato sul concetto di Crowdsourcing allargato ai cittadini, che descrive una nuova relazione tra il governo e i cittadini, basata su una serie di pratiche emergenti e principi mutuati dal settore privato: i cittadini prendono parte al governo grazie ai nuovi principi di integrazione, motivazione e organizzazione.
Dati aperti dunque per una nuova politica: da impositiva a partecipativa! Dati aperti per nuovi cittadini: da sudditi a protagonisti!

articolo apparso sul numero di Febbraio 2012 di Beltel
immagine Flickr: opensourceway