Intervento a cura del Prof. Paolo Rossi, Consigliere CUN (Consiglio Universitario Nazionale), area fisica.

Qualunque ragionamento sull’evoluzione del sistema universitario italiano e sul ruolo che gli viene attribuito dalla politica e dalla società civile dovrebbe a mio avviso partire da un tentativo di risposta alle seguenti domande:
–    Esiste un disegno complessivo e strategico negli interventi sul sistema universitario? E se sì, quale?
–    Ha ancora un senso parlare di autonomia universitaria? E se sì, con quale modello di autonomia?

Risulta difficile, anche per chi abbia analizzato a lungo il sistema e la sua storia recente, offrire risposte convinte e convincenti a queste domande, perché i segnali inviati negli anni sono stati spesso, almeno apparentemente, contraddittori e quindi di difficile lettura.
Un tratto comune alla pubblicistica dell’ultimo decennio, per non risalire ancora più indietro, è stata l’enfasi scandalistica sui comportamenti devianti, sia sul piano etico che su quello organizzativo (concorsi truccati, corsi inutili, proliferazione dele sedi, etc). Se i fatti risultano quasi sempre incontestabili in quanto tali, e giustamente meritevoli di stigmatizzazione, ciò che si “dimentica” quasi sempre di valutare è la rilevanza statistica e l’incidenza strutturale dei fenomeni.

Ciò detto, anche senza pensare a uno straordinario complotto di tutti i soggetti capaci di condizionare la pubblica opinione, è evidente che la sistematica opera di demolizione dell’immagine pubblica del sistema universitario italiano non può essere un fatto casuale, ma deve in qualche modo rispondere a istanze profonde del corpo sociale, che non riesce (o non riesce più) a riconoscere l’utilità e il valore strategico dell’istituzione, e traduce questo senso di inutilità in disprezzo e rifiuto.

Io credo che, anche senza professare un generico economicismo, non si possa evitare di attribuire almeno parte di questo disprezzo e rifiuto ad alcune caratteristiche strutturali del sistema produttivo nazionale. Purtroppo la piccola e media impresa e l’apparato burocratico dello Stato sono ben poco interessati all’innovazione strategica che può nascere dalla sinergia con una formazione e una ricerca non mirate alla immediata applicabilità ai processi produttivi e gestionali. Non dimentichiamo che in questo Paese si è postulato ai massimi livelli della classe industriale che i brevetti “è meglio comperarli che produrli”. La Pubblica Amministrazione è a sua volta altamente refrattaria a ogni forma di innovazione, che anche quando è imposta viene poi quasi sempre “ricondotta al caso precedente”, non generando semplificazione ma ulteriore appesantimento, come può confermare quasi chiunque abbia avuto negli ultimi anni responsabilità nella gestione di strutture.
Se i ceti produttivi e gestionali non hanno identificato nel mondo della ricerca un possibile interlocutore capace di aprire nuove prospettive alle loro attività, a loro volta le famiglie, intese come soggetto sociale, hanno visto spegnersi progressivamente il meccanismo di ascesa sociale legato alla formazione superiore che pure aveva operato fortemente nel Paese per un’intera generazione. La pressoché totale scomparsa di questo meccanismo ha prodotto nei confronti dell’Università (e prima ancora nei confronti della scuola) un rigetto che va ben oltre il rifiuto della “fatica” di studiare, in quanto coinvolge non solo i giovani ma anche le loro famiglie che in passato stimolavano e sostenevano l’impegno formativo.
Nella protesta che fa seguito a ogni tentativo di aumento delle tasse universitarie si accomunano quindi diversi fattori, tutti dello stesso segno: la debolezza strutturale delle politiche di diritto allo studio, l’iniquità dei meccanismi di prelievo fiscale (che rendono più facilmente tassabili proprio i soggetti più deboli) e la percezione che si tratti di una “spesa inutile”, in quanto non facilmente convertibile in maggiori opportunità di lavoro e di reddito.

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