Credo siano difficili alternative ad un governo che nasca e ottenga il voto di fiducia sulla base di un programma di pochi punti, concreto e in grado

  • di recepire il chiaro messaggio di cambiamento che ha dato l’elettorato;
  • di valorizzare le convergenze che sono presenti sui punti programmatici di più forze politiche e che quindi possono essere sostenuti dalla maggioranza dei parlamentari.

Sui temi dell’innovazione e del digitale, nei mesi di campagna elettorale sono emersi più punti di condivisione, che quindi possono essere (a meno di smentite e passi indietro strumentali a questa fase politica) una base per la definizione di una parte di un programma di governo in grado di accogliere i favori della maggioranza parlamentare.  Si può pretendere che questi punti condivisi siano parte importante del programma del nuovo governo. Si deve pretendere.

Partiamo dalle adesioni formalizzate in campagna elettorale da diversi candidati sulle iniziative della società civile (quelle contro la corruzione, per la trasparenza e per la Carta d’intenti per l’Innovazione). Possiamo proporre che siano questi i punti da inserire, sulla base di una costruzione graduale di una strategia sull’innovazione:

  1. lotta alla corruzione (uno dei principali ostacoli alle politiche dell’innovazione), riformando la norma sullo scambio elettorale politico-mafioso (416 ter) e quindi migliorando subito dopo la legge anti-corruzione approvata nel 2012;
  2. attuazione della trasparenza nella politica, sia rispetto ai dati dei parlamentari (curriculum vitae professionale, situazione reddituale e patrimoniale, storia giudiziaria personale, potenziali conflitti d’interesse) sia rispetto alle discussioni nelle commissioni e agli atti (agevolando l’utilizzo di strumenti di monitoraggio da parte dei cittadini, come  Open Parlamento);
  3. iniziative per l’innovazione (i punti della Carta d’intenti per l’Innovazione):
  • definizione e avvio di un programma nazionale per l’alfabetizzazione digitale,;
  • politiche per porre la Scuola al centro come luogo di investimento e di creazione di valore;
  • attuazione di pratiche di Open Government nei processi decisionali;
  • promozione del commercio elettronico e sviluppo della cultura digitale delle piccole e medie imprese;
  • accesso in banda larga come servizio universale, garantendo anche l’accesso alla rete come diritto di cittadinanza;
  • riduzione delle barriere all’ingresso del mercato delle telecomunicazioni, rivedendo meccanismi e tariffe che oggi impediscono ai piccoli operatori e alle cooperative di cittadini lo spazio di attività e permettere così anche la realizzazione del  modello della “fibra dei cittadini”.
  • riforma del modello del lavoro, con un adeguamento delle politiche del lavoro rivolte alle nuove forme di produzione del valore cognitivo, ridisegnando un sistema di welfare e di sostegno alla flessibilità e, in ottica più generale, introducendo anche meccanismi come il reddito minimo di cittadinanza;
  • sviluppo del mercato dell’open innovation, partendo dalle Regioni e incentivando le capacità di innovazione;
  • messa in rete l’intera filiera dell’Innovazione, tra Università, Impresa, Credito, Territorio, rivedendo la normativa sulle start-up e prevedendo e incentivando attività di trasferimento tecnologico.
  • promozione di politiche dell’innovazione sensibili alle differenze, a partire da quelle di genere.

Non solo misure a breve, ma anche di respiro più ampio che necessitano di una impostazione e di un avvio rapido, con azioni concrete legislative e amministrative ma anche di indirizzo e strategiche.

Da dove prendere le risorse?

Ecco qualche possibile area di intervento per ridurre la dispersione di risorse che paga il nostro Paese (oltre che al macigno dell’evasione fiscale):

  • costi della politica (includendo in questi le spese per enti inutili e per consigli di amministrazione non indispensabili per le aziende pubbliche);
  • le inefficienze legate alla mancanza di piani organici e governance(pensiamo soltanto al tema del riutilizzo del software, delle iniziative parallele e non correlate,..);
  • l’utilizzo inadeguato delle tecnologie disponibili;
  • il sistema della corruzione;
  • la proliferazione di intermediari di prestazioni (per cui il lavoro è retribuito meno della capacità di intrecciare relazioni di interesse);
  • la burocrazia, la complicazione inutile delle procedure amministrative e l’attuale prevalente organizzazione per competenze (e non per progetti) della macchina pubblica;
  • gli interventi a sostegno di imprese non più in grado di riprendersi per problemi di produzione e mercato internazionale.

Da qui si può partire.

Ma è importante il metodo di costruzione e poi di attuazione. Un metodo che deve fondarsi sulla trasparenza nella proposta e sulla possibilità di aprirsi a consultazioni vaste ed effettive. È un momento in cui ci vogliono coraggio e consapevolezza. I punti programmatici siano pubblicati e aperti alla valutazione e alla consultazione dei cittadini. Sarà il segno forte che un’altra era è cominciata.

Qui si può leggere un articolo più ampio sul tema.