martedì, Ottobre 19, 2021
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La democratizzazione dei dati per abbattere il “data divide”

Sempre più pubbliche amministrazioni italiane stanno cavalcando l’hype degli “open data”. Seguendone il mantra mettono in piedi portali ufficiali dai quali è possibile cercare e scaricare i dati che detengono, in formati aperti, con licenze libere e talvolta addirittura “linkabili” (qui una infografica). Insomma, stiamo per assistere a una vera e propria alluvione di dati pubblici, aperti e liberi. Bene – diciamo noi – finalmente! Ma il rischio è che quei dati rimangano là dove sono, disponibili per tutti, ma sostanzialmente inutilizzati.

Una nuova sfida, superare il “data divide”

Dov’è il problema? Una risposta ha cominciato a suggerirmela questa breve intervista a Jonathan Gosier Everyone has a big data problem – O’Reilly Radar, nella quale @jongos afferma che il “digital divide” verrà di fatto sorpassato – direi meglio affiancato – dal “data divide”. Il diluvio di informazioni ormai fa parte del nostro quotidiano: “i problemi legati ai dati si manifestano in una moltitudine di maniere: troppe email, troppe password da ricordare, o semplicemente sapere dove guardare online per trovare risposte alle domande“. Le soluzioni per gestire tutti questi dati e informazioni non sono purtroppo accessibili all’individuo medio, per una serie di motivi.

Qui in Italia si parte innanzitutto da un problema di “digital divide”, che comunque si va gradualmente risolvendo. Ma quello più serio è costituito dalla lenta “alfabetizzazione informatica”, che porta a una generale difficoltà da parte sia dell’utente cittadino medio nel trovare e usare gli strumenti che consentono la gestione di questo enorme giacimento di dati, sia della PA che non comprende le potenzialità della digitalizzazione.

La soluzione per Gosier è avviare un processo di “democratizzazione dei dati”, ovvero dare alla gente la capacità di comprendere quali dati sono disponibili, come possono essere manipolati, e in che modo usarli per migliorare la propria vita. Capacità che al momento molto pochi possiedono, per i motivi accennati. Se a questo aggiungiamo una generale ritrosia delle PA italiane ad essere trasparenti, si configura una nuova sfida da superare.

Possono i dati salvare il mondo?

Un altro interessante spunto me l’ha fornito un articolo di Alex Howard – sempre su O’Reilly Radar – dal titolo “Data for the public good“. L’incipit è formidabile:Possono i dati salvare il mondo? Non da soli.

Nell’articolo si afferma che tutte le attività concernenti i dati per il bene pubblico sono guidate da una comunità distribuita costituita da media, organizzazioni non profit, accademici e attivisti, focalizzata nel costruire cittadini più consapevoli, generare notizie nuove, in qualsiasi forma vengano distribuite.

E si parla di open government come di un processo ancora più importante e certamente propedeutico a quello della adozione e diffusione degli open data. Il “Gov 2.0” è infatti una potente combinazione proprio di open government, open data, social media, intelligenza collettiva e connettività. In tutto questo, l’accesso ai dati detenuti da soggetti pubblici è sicuramente un’occasione per rilanciarne il valore economico e incoraggiare l’imprenditorialità. Il movimento dei dati per il bene pubblico va dunque molto oltre le azioni che i singoli governi possono intraprendere.

Howard continua affermando che certamente è importante che i governi si impegnino ad “aprire se stessi”, ma in molti casi questi hanno bisogno di consulenze esterne o addirittura finanziamenti per poterlo fare. In tale contesto i cittadini, le imprese e gli sviluppatori devono assolutamente mostrare di essere capaci di utilizzare i dati, dimostrando di esprimere non solo domanda, ma soprattutto l’abilità al di fuori del governo di mettere i dati aperti al servizio dell’accountability, dell’utilità per il cittadino e delle opportunità economiche che essi possono generare.

Le opportunità in Italia

Voglio provare ora a calare questi concetti nel contesto italiano, e capire quali sono i punti di forza, di debolezza e le opportunità legate da un lato all’adozione da parte della PA degli open data e dall’altro alla reale capacità della società e dell’impresa italiane di sfruttarli. Sarò volutamente breve, perché mi piacerebbe avviare una discussione. Attualmente in Italia il panorama è costituito da:

  • una sempre maggiore disponibilità di dati aperti e riusabili da parte della PA (fioriscono i portali sugli open data);
  • una domanda pure crescente da parte dei cittadini di maggiore trasparenza (e quindi di dati e informazioni), a causa della crisi economica e della sfiducia nella politica.

Queste domanda e offerta, per le ragioni esposte sopra, allo stato attuale si incontrano con grande difficoltà. Quali possono essere le azioni che contribuirebbero a colmare la distanza che le separa? A mio avviso puntare proprio a ridurre il “data divide” su svariati fronti, che coinvolgono la gente “comune”, le imprese e i professionisti della IT. Nello specifico:

  • aumentare la consapevolezza nei cittadini che la loro richiesta di maggiore trasparenza equivale ad una maggiore disponibilità di open data, trasformando in questo modo rabbia e frustrazione in attivismo civico;
  • integrare le azioni di alfabetizzazione informatica con lo sviluppo delle capacità individuali riguardanti la ricerca e l’uso degli open data e più in generale delle informazioni;
  • favorire nel settore dei media lo sviluppo del data journalism;
  • favorire nel settore della IT la crescita e la formazione di figure professionali specializzate ad esempio nel data mining, nella gestione e sfruttamento degli open data, nello sviluppo di applicativi web e mobili per la fruizione degli open data, nel design e nella progettazione di piattaforme di visualizzazione dei dati.

Se saremo in grado di mettere a sistema queste macroazioni, in capo a qualche anno avremo da un lato un numero crescente di cittadini attivi che generano sempre più domanda di open data che la pubblica amministrazione metterà a disposizione, dall’altro la crescita economica di un intero settore della IT costituito da professionisti e imprese capaci di far incontrare al meglio domanda e offerta di open data, facendo da consulenti alla PA e sviluppando applicazioni e piattaforme destinate sia alla stessa PA che ai cittadini. E ce ne sono già molte disponibili per la verità.

Il futuro è oggi

In realtà tutto questo è già cominciato con Apps4Italy, il primo concorso per progettare soluzioni utili e interessanti basate sull’utilizzo di dati pubblici, capaci di mostrare a tutta la società il valore del patrimonio informativo pubblico. Il contest è ancora aperto, le applicazioni potranno essere presentate fino al 30 aprile prossimo.

I risultati di Apps4Italy, soprattutto in termini di numero di partecipanti, saranno a mio avviso fondamentali per avere un primo benchmarking dello stato di fatto riguardo le azioni cui ho fatto cenno prima. Il numero di applicazioni daranno una misura della preparazione che il mondo delle imprese, dei professionisti ma anche degli stessi cittadini attivi hanno nell’uso dei dati pubblici, come pure della loro qualità e della reale riusabilità per le quali sono responsabili le pubbliche amministrazioni.

Auguriamoci quindi dieci, cento, mille pubbliche amministrazioni che aprono i propri dati, che mettono su portali per diffonderli, ma soprattutto che promuovono iniziative per il loro utilizzo. Dieci, cento, mille Apps4Italy…

Pietro Blu Giandonatohttp://blog.spaziogis.it
Sono uno degli autori di TANTO, un blog che parla e discute soprattutto di geomatica, dati aperti e liberi...
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7 Commenti

  1. Ma quello più serio è costituito dalla lenta “alfabetizzazione informatica”, che porta a una generale difficoltà da parte sia dell’utente cittadino medio…”

    Non credo che la competenza informatica c’entri più di tanto, vedi http://stop.zona-m.net/it/2010/11/ma-gli-italiani-sono-pronti-per-governo-e-dati-aperti/ . De Mauro dice, più o meno, che solo un italiano su 5 sa effettivamente capire quello che occorre leggere per essere cittadini attivi.

    La soluzione per Gosier è avviare un processo di “democratizzazione dei dati”, ovvero dare alla gente la capacità di comprendere quali dati sono disponibili”

    vero, ma questo dovrebbe essere fatto anche a scuola, proprio perché c’entra poco l’informatica. Se non so capire il senso di una frase lunga più di 10 parole e/o non so afferrare il significato generale di un diagramma cartesiano, non c’è infografica o visualizzazione che tenga: avrò molto meno interesse a chiedere che siano disponibili i dati che mi servirebbero per essere come cittadino attivo

    • Naturalmente il processo di democratizzazione dei dati non può prescindere dal ruolo fondamentale che riveste la scuola. Con grandi proclami le ultime 2 generazioni di giovani vengono definite col roboante termine di “nativi digitali”, semplicemente perché il 90% dei ragazzi in età scolare hanno un account Facebook e possiedono non un semplice telefono cellulare ma uno smartphone, con relativa connessione dati costantemente disponibile. Ma queste due condizioni non ne fanno automaticamente dei “cittadini digitali”, né tantomeno “consapevoli”, perché difficilmente escono dal recinto di Facebook, e raramente usano lo smartphone per andare oltre la comunicazione peer to peer con i loro coetanei.

      Ecco che il concetto di “alfabetizzazione informatica” oggi non può essere più inteso solo con la capacità del cittadino medio di saper accendere/spegnere un computer o di possedere un account di posta elettronica, ma deve annoverare la consapevolezza dello stesso cittadino riguardo la possibilità di usare il web e più in generale i media digitali per migliorare la propria qualità di vita.

      Io sono tra quelli che consigliano a tutti di aprire un blog, che si tratti di amici, parenti, studenti o colleghi di lavoro. La cosa più bella è la discussione che si innesca dalla immancabile domanda: “e a che mi serve?” e alla relativa risposta: “non hai proprio nulla da raccontare?”…

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