La società interconnessa e le nuove tecnologie della connessione (così le abbiamo definite), oltre a far saltare progressivamente (dis-intermediare) qualsiasi meccanismo di mediazione politica e/o sociale, hanno il potere, forse illimitato, di estendere le possibilità e le occasioni comunicative dell’umanità, facilitando la produzione, l’elaborazione e lo scambio di informazioni e di conoscenze tra gli individui. Anche se, come abbiamo sostenuto più volte e in tempi non sospetti, affinché ciò (società della conoscenza) si concretizzi è di strategica importanza che vengano tutelati, e non soltanto riconosciuti, altri diritti fondamentali, preesistenti quelli digitali.

 Alla base di questi processi una rinnovata fiducia nella razionalità – anche se sempre più decisivo il ruolo della “percezione” in tutti i processi decisionali, a livello micro e macro – che trova nella Rete e nelle tecnologie interattive dei fondamentali punti di appoggio in grado di rendere disponibile per tutt* on line una enorme quantità di dati, informazioni e sapere accumulato (nel 2003, ho parlato di “sapere condiviso”). Nonostante ciò, il Soggetto sembra essere sempre più vulnerabile di fronte alla complessità di queste dinamiche: una complessità che richiede cultura ed educazione, appunto, alla complessità (1998). Lo straordinario potenziamento delle modalità comunicative e la radicale differenziazione dei canali dell’offerta formativa (policentrismo formativo) hanno comportato una crescente capacità di autodeterminazione da parte del Soggetto in fatto di scelte, valori, modelli di comportamento, schemi cognitivi. Ad essere sconvolto nel suo complesso è stato il sistema simbolico condiviso insieme al (medium) linguaggio che tenta di descrivere e rappresentare questo ennesimo mutamento.

La civiltà del rischio, d’altra parte, pur presentandosi come straordinaria opportunità di evoluzione economica, politica e sociale, ha di fatto significativamente accresciuto il senso di insicurezza e vulnerabilità all’interno dei sistemi sociali, alimentando un clima di paura (e/o allarme sociale), a livello sia locale che globale, che mette radicalmente in discussione lo stesso principio di precauzione (Sunstein, 2005), sempre più sganciato dalla domanda sociale di protezione. Il sistema-mondo e la nuova economia informazionale, globale e interconnessa richiedono una nuova sensibilità per le problematiche riguardanti il Soggetto, i rapporti sociali e, soprattutto, lo spazio del sapere nella prospettiva di un rafforzamento della sfera pubblica politica transnazionale.

 

La società della conoscenza e le nuove tecnologie della connessione sembrano proprio sul punto di creare delle comunità illimitate della comunicazione aperte a tutti i soggetti comunicanti dove non c’è posto per condizionamenti, dove tutti hanno (potenzialmente) la possibilità di produrre e scambiare conoscenze nel quadro di un sistema in cui la comunicazione è (sembra) divenuta totalmente orizzontale senza alcun tipo di filtro. In realtà, le questioni in discussione sono più complesse: la tecnologia innesca e accelera il cambiamento (sempre insieme ad altri fattori), ma l’orizzontalità e/o la simmetria dei processi comunicativi non sono definite/stabilite dalla dimensione tecnologica, quanto dal fattore umano, sempre decisivo anche nell’agevolare/ostacolare il cambiamento (rapporti sociali -> rapporti di potere – asimmetrie). Da una realtà complessa come quella attuale, che offre la possibilità di scegliere tra molteplici etiche possibili, emerge un nuovo Soggetto più autonomo e slegato rispetto ai vincoli del contesto e/o dei gruppi di riferimento; un Soggetto che ha preso coscienza dell’avvenuta frantumazione del legame sociale, della morale religiosa e della dissoluzione dei tradizionali vincoli etici. E non poteva essere altrimenti, dal momento che le fasi storiche di mutamento sociale sono sempre accompagnate da una grande incertezza e da un generale disorientamento causato dall’assenza di un modello culturale forte e da un vuoto normativo. Sistemi sociali sempre più vulnerabili e segnati dal rischio e da una razionalità limitata che mina il terreno delle decisioni, sia a livello sistemico che organizzativo; ma anche esistenze e vissuti sociali sempre più precari ed incerti. Quella che abbiamo chiamato anni fa (2005) la “società ipercomplessa”, oltre a modelli culturali “forti” e politiche differenti, richiede forse – per dirla con le parole di un grande studioso, intellettuale “vero”, Stefano Rodotà – il rilancio di un’utopia necessaria (solidarietà-fraternità) – a maggior ragione in un contesto di crisi globale – in grado di rinsaldare i legami sociali e definire le condizioni della cittadinanza, secondo una logica inclusiva e paritaria.

 

Il problema consiste anche nel tentare di capire se dietro la società e l’economia interconnessa, che sembrano comunque in grado di garantire maggiori opportunità di un’eguaglianza delle condizioni di partenza per tutti gli attori sociali, non si nasconda in realtà anche il rischio di un ulteriore indebolimento del tessuto connettivo dei sistemi sociali e di una passività generalizzata da parte di individui (persone/attori sociali) convinti che il virtuale sia reale, al di là di una sua traduzione operativa capace di produrre cambiamento e decisioni politiche. Ma il pericolo è anche quello di un’omologazione culturale, vero e proprio terreno fertile per una civiltà del controllo sociale totale e della sorveglianza in grado di ridurre i margini di libertà del cittadino/consumatore. Pertanto, pur essendo indubbio che la Network Society rappresenti concretamente una straordinaria possibilità di emancipazione e liberazione delle forze e delle energie del tessuto sociale e globale, gli Stati-nazione devono essere attenti affinché la Grande Rete, oltre ad accrescere le possibilità comunicative e conoscitive, contribuisca anche a creare un tipo di umanità culturalmente più evoluta ed aperta, in grado di contrastare quella che alcuni vedono come la fine del sociale e la crisi dei meccanismi sociali di fiducia e reciprocità  (Touraine, 2004). 

La comunicazione, come noto, fin dalle origini delle società pre-complesse, ha alimentato incessantemente il sistema delle relazioni sociali, rappresentando il tessuto connettivo dei sistemi sociali (Dominici). Ma, tale presupposto non ci impedisce di osservare come la Rete e i media sociali stiano determinando un salto di qualità senza precedenti rispetto alle epoche passate, proprio con riferimento all’azione sociale ed alla prassi comunicativa. Allo stesso modo, si stanno susseguendo molto più rapidamente le modifiche dei meccanismi sociali correlati alla fiducia ed alla cooperazione (Coleman, 1990), a loro volta incrementate dalle reti di protezione e promozione sociale – concetto di capitale sociale (Putnam, 2000); si intensificano i legami di interdipendenza e di interconnessione che innervano il sistema-mondo, con tutte le implicazioni del caso. Ma la questione fondamentale risiede nel fatto che la società della conoscenza presenta tutte le sembianze di una società globale del rischio che ha esteso, al di là di ogni confine o limite, le dinamiche conflittuali, i rischi, le emergenze (reali e potenziali) e le anomalie sistemiche, che aumentano proprio con il progressivo differenziarsi dei sistemi complessi. Tale dimensione intercetta quella, altrettanto cruciale, della fiducia che continua a rivelarsi meccanismo sociale fondamentale in grado di ridurre la complessità (Luhmann, 1968) e di rendere sostenibile l’accettazione del rischio. Fiducia che mantiene, da sempre, uno stretto legame con il problema del sapere e della conoscenza. I moderni sistemi sociali, spesso orfani di un modello culturale forte, sono caratterizzati ormai da instabilità e da un alto coefficiente di imprevedibilità delle azioni e dei processi; fatto, questo, che rende ancora più strategica, oltre che urgente, la scelta dell’opzione (a mio avviso, la strada obbligata) “condivisione della conoscenza”.

 

La Rete digitale sta già intaccando assetti e gerarchie della società industriale e si presenta come un’estensione del sistema relazionale, uno spazio pubblico illimitato (Dominici) aperto alle intelligenze collettive (P.Lévy), alla cooperazione e all’intelligenza collaborativa (M.Minghetti). Questioni e problematiche complesse che, come ribadito più e più volte anche in passato, ci obbligano a ripensare i concetti stessi di cittadinanza (non soltanto digitale) e di democrazia, ridefinendo allo stesso tempo i confini e le condizioni di un nuovo “contratto sociale”(2003,2008 e 2015). Ma, lo ripeterò sempre fino alla noia, senza politiche di lungo periodo centrate su scuola, educazione, istruzione, la cd. società della conoscenza sarà un sistema-mondo sempre più segnato da nuove e profonde disuguaglianze – oltre che asimmetrie informative e conoscitive (Dominici) – la cui complessità, peraltro, richiede da tempo la definizione di nuovi indicatori (A.Sen). E, così, senza le adeguate contromisure, anche parlare di meritocrazia sarà, ancora una volta, pura retorica in una società senza mobilità sociale verticale e con un familismo amorale (E.C.Banfield) diffuso, che continuerà a favorire élite e gruppi ristretti; anche la meritocrazia sarà la meritocrazia dei soliti “pochi”, di coloro che hanno più opportunità e più “libertà di”, già in partenza. Educazione e Istruzione = Cittadinanza.

 

Epilogo

Come ripeto da anni: non bastano “cittadini connessi”, servono cittadini criticamente formati e informati, educati alla cittadinanza e non alla sudditanza…per abitudine culturale; cittadini in possesso di competenze non soltanto tecniche e/o digitali ma, soprattutto, educati e formati al “pensiero critico” ed alla complessità. A tal proposito, adesso anche qualche tecno-entusiasta – etichetta per indicare i moderni “integrati” – inizia finalmente ad affermare che il problema è culturale, non tanto di infrastrutture (che, ripetiamolo, sono necessarie). In tal senso, una cittadinanza “vera”, attiva e partecipe del bene comune e, più in generale, il cambiamento culturale profondo sono sempre il “prodotto” complesso, da una parte, di processi e meccanismi sociali che devono partire “dal basso”; dall’altra, dell’azione di quella società civile e di quella sfera pubblica, attualmente assorbite e fagocitate dalla politica, che ha tolto loro autonomia (qualche anno fa parlai di “sfera pubblica ancella del sistema di potere”). Servono, inoltre – non è inutile ripeterlo – politiche (lungo periodo) progettate e realizzate con una prospettiva sistemica (dimensione assente), che devono essere costantemente valutate e monitorate nei loro effetti. Altrimenti, serviranno a poco anche processi inclusivi e dinamiche (concretamente) partecipative, attivate da élite (più o meno illuminate), gruppi di potere e da una Pubblica Amministrazione – questa la speranza e l’auspicio – divenuta, nel frattempo, sempre più trasparente ed efficiente.

 

Approfitto per segnalare alcune interessanti iniziative riguardanti le complesse questioni dell’ACCESSO, della CITTADINANZA e, più in generale, delle “regole” per il governo del nuovo ecosistema: 

La cultura – lo ripetiamo – è variabile strategica in tutti questi processi: “fattore tecnologico”  e “fattore giuridico” da soli non bastano per determinare il cambiamento…quel cambiamento e quell’innovazione reale che, se tali, non possono “essere per pochi”.

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