martedì, Ottobre 19, 2021
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iBooks Author: una grande novità, o una pessima notizia?

La Apple ha da poche ore rilasciato il programma iBooks Author, come ampiamente riportato dalla stampa. Si vedano ad esempio i siti Internet Macity (link esterno)Webnews (link esterno).

Si tratta di un software progettato per creare libri con una speciale attitudine alla didattica, grazie alla capacità di fondere insieme immagini, testi, video, modelli 3D e interazioni. iBooks Author ha dalla sua diversi punti di forza: è gratuito, è facile da usare ed è ben progettato.

Ma, sebbene sia presto per giungere a giudizi definitivi (molti dettagli non sono ancora noti), qualche motivo di perplessità sussiste: iBooks Author sembra produrre libri che, qualora si decidesse di venderli, possono essere distribuiti soltanto attraverso l’iTunes store della Apple; inoltre il formato “.ibooks” (non “.ePub”) generato dal programma non si sa se sia aperto e interoperabile, oppure chiuso e proprietario.

Dall’avvento dei personal computer, e con maggiore convinzione oggi, con tablet e lettori e-ink, la migliore editoria ha sempre sognato di evolvere, di approfittare delle opportunità che questi dispositivi multimediali offrono. iBooks Author della Apple, una delle poche grandi aziende realmente capaci di innovare, può perciò essere un’ottima notizia, addirittura straordinaria.

Attenzione però a entusiasmarsi subito. Tutto verrebbe cancellato se la Apple avesse progettato un sistema chiuso, come altri che ha realizzato in passato, nel quale imprigionare editori, docenti e studenti.

Internet ci ha insegnato l’importanza degli standard interoperabili, ci ha fatto vedere quante ottime cose succedono quando le persone sono in grado di scambiarsi informazioni liberamente, ci ha dimostrato come anche l’economia prosperi quando non ci sono oligopoli, rendite di posizione, cartelli. E di questi tempi certo non possiamo permetterci sistemi economici inefficienti e illiberali.

In attesa di maggiori dettagli tecnici, ci auguriamo che la Apple sostenga con convinzione il libero scambio di informazioni, i mercati concorrenziali e la centralità dei formati aperti.

Sono graditi i commenti; utilizzate il form disponibile qui sotto per dire la vostra.

Fonte: http://www.paginatre.it/online/2012/01/19/5683/

Sondaggio

iBooks Author della Apple è...

  • un prodotto rivoluzionario (gli aspetti negativi sono meno rilevanti di quelli positivi) (53%)
  • una minaccia (gli aspetti positivi sono sminuiti o annullati da quelli negativi) (34%)
  • non so (13%)
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41 Commenti

  1. Io ho gà provato ad usarlo e devo dire che tecnicamente sono molto soddisfatto. Come dice Attilio, si ottengono ottimi risultati in maniera molto semplice. Per dirla tutta, si ottengono risultati nettamente superiori alla media di quelli che un non professionista può ottenere usando qualsiasi altro sistema. Ovviamente, sei vincolato ad usare prodotti Apple. Ma alzi la mano chi crede ancora che al mondo esistano “pasti gratis”.

    Certamente la chiusura del sistema in assoluto e in astratto non è una buona cosa. Però, al momento i sistemi open non permettono di ottenere buoni risultati di impaginazione. Perciò il non professionista si trova di fronte alle seguenti opzioni:
    1. Usa il formato aperto standard ePub 2, perde un sacco di tempo a cercare di far finire le immagini più o meno dove vuole lui e altre amenità del genere e pubblica adesso un eBook di qualità mediocre;
    2. Aspetta a pubblicare il suo eBook che sia stato definito ePub 3 e che siano disponibili tool che lo sfruttino;
    3. Usa adesso iBooks Author e si toglie il pensiero.
    Personalmente non ho dubbi.

    La chiusura di questo sistema comunque mi preoccupa fino a un certo punto. Ho letto di tutto, soprattutto a riguardo dell’attentato alla libertà degli autori di pubblicare la propria opera dal momento che si è vincolati contrattualmente alla piattaforma di Apple. Come spesso succede, il commento più centrato mi sembra quello di Seth Godin: iBooks Author non si rivolge al mercato della editoria, ma a quello della stampa digitale. Rende molto semplice stampare un libro/manuale/testo scolastico, non “pubblicarlo” che è una cosa ben diversa. Il suo cliente non è Stephen King o il saggista che deve raggiungere il mercato, ma il docente che vuole preparare le dispense per le sue classi di studenti. O la piccola associazione che vuole produrre un libro stile “bottiglia in mezzo al mare”. Tutti questi soggetti non vengono limitati nella propria libertà di scegliersi un editore perché non ne avrebbero mai trovato uno. Uno vero, intendo. Certo si sarebbero potuti servire di uno di quegli editori che ti stampano il libro a patto che ne compri tu un minimo di copie e non te lo distribuiscono, agendo di fatto solo da service di stampa. Ma tutto questo con costi e tempi nettamente superiori a quelli messi a disposizione da Apple. Da questo punto di vista credo che Apple abbia reso più libere moltissime persone perché ha offerto loro una possibilità che prima non avevano o non potevano permettersi. Non è un cattivo affare per nessuna delle parti.

    • In questa ottica, di un uso marginale e rivolto sostanzialmente a sfigati senza alternative, è vero: non costituisce una grave riduzione delle nostre libertà. Del resto, se sei così schiappa da non avere un editore vero, cedere il tuo lavoro alla Apple senza appello e senza trattativa non è un gran danno. Anche una pistola, se ti spari a una gamba di striscio, non fa poi troppi danni. 🙂

      Scherzo Paolo, eh… Ti voglio bene.

      Però chiediamoci fino a dove si vogliono spingere le multinazionali nel comprimere le nostre libertà per fare soldi. Per il solo fatto di aver usato un loro software, devo cedergli il mio lavoro, in via esclusiva? Vero, posso non usarlo, ma il punto è un altro. A furia di cedere, ci stiamo abituando a tutto.

      Il fondatore di Megaupload rischia 50 anni di galera perché ha progettato un sistema che alcuni (non lui) utilizzavano in modo illegale. Un efferato omicida (non un omicida accidentale, un farabutto vero) nella maggior parte delle legislazioni del mondo rischia molto meno.

      E’ normale? L’avidità non ci sta facendo perdere la bussola del buon senso?

      Sono molto contento che i programmatori della Apple siano così bravi da creare un prodotto che è insieme efficace, facile, addirittura “elegante”. Ma sarei molto più contento se generasse file in formati aperti e standard (ibooks è un dialetto dell’ePub standard) e se mi lasciasse scegliere: pubblichi con me ti faccio uno sconto sul software o te lo regalo, vuoi pubblicare con chi ti pare, mi dai X dollari.

      Ricordo che la libertà non viene mai concessa. Si deve pretendere.

    • Marco, tu non farai mai carriera nel marketing: non esistono “sfigati senza alternative”, ma “persone il valore delle cui opere non è ancora riconoscibile da parte degli operatori e della cultura economica dominante”. Definizione che curiosamente si attaglia perfettamente anche alla maggior parte degli innovatori… forse dovremmo preoccuparci 🙂

      Riguardo ad Apple, c’è una precisazione importante: se pubblichi gratuitamente, non ti impongono alcun vincolo. Se pubblichi per profitto usando la loro piattaforma, allora sei vincolato ad essa. Ci sono comunque ancora tutta una serie di zone grigie che si dovranno chiarire prima di dare un giudizio definitivo.

      Più in generale, io sono assolutamente d’accordo con te, ma proprio per questo credo che dovremmo concentrare le nostre limitate risorse di tempo per scegliere bene le nostre battaglie. Io preferisco concentrarmi contro leggi pesantemente censorie come SOPA e affini o per cercare di riportare in Italia il diritto ad eleggere i propri parlamentari o per cercare di ritornare ad una situazione di ragionevole possibilità di avere giustizia in tribunale. O magari contro pratiche industriali che portano alla vendita generalizzata di cibo scadente e forse dannoso contrabbandandolo per quel che non è… vedi il settore dell’olio di oliva extravergine. Questo per fare qualche esempio. Se una azienda mi offre un buon prodotto che soddisfa onestamente una mia esigenza meglio di altri, deve avere la possibilità di offrirlo al prezzo che ritiene giusto. Tutta la libertà di cui ho bisogno è proprio quella di scegliere di non comprarlo. E’ il principio del capitalismo, quello vero, ovvero quello che presuppone che l’azione di un imprenditore si debba basare su rigorosi principi etici. Il vero problema è proprio che la parola “etica” ha perso il suo significato. Se uno dei “Signori di Wall Street” non può camminare da solo per strada perché rischierebbe il linciaggio invece di essere salutato con rispetto e gratitudine dalla gente, vuol dire che c’è qualcosa di pesantemente sbagliato in quello che fa e nel sistema che lo consente.

      Per tornare dalla teoria alla pratica, l’offerta di Apple non mi sembra eticamente scorretta nei confronti del target di mercato cui si rivolge e pertanto non mi sconvolge. A sostanziale parità di validità della soluzione sceglierò sempre uno standard aperto, ma se questa parità è ben lontana opto per chi mi risolve il problema. Soprattutto nel momento in cui questa scelta non inficia la mia libertà di espressione. O vogliamo metterci a fare crociate anche per la totale intercambiabilità dei pezzi di ricambio delle automobili?
      Io, se tutto va bene ma proprio bene, riuscirò a campare altri 30-40 anni. Non è poi moltissimo. Devo cominciare a pensare seriamente a cosa fare del mio tempo.

    • Penso che la fidelizzazione del Cliente sia una pratica commerciale normale e normalmente accettabile.
      Penso che l fidelizzazione ottenuta anche offrendo prodotti buoni sia una ottima carta da giocare.
      Comincio ad avere qualche dubbio quando la fidelizzazione diventa una strada senza uscita: “o mangi questa minestra o salti dalla finestra” ovvero se usi APPLE sei alla moda, se non lo usi sei una vecchi cariatide legata strumenti vecchi e sorpassati.
      Non sono per libertà assoluta riguardo qualsiasi attività umana e non credo nell’anarchia nella sua accezione ottocentesca originale.
      Sono d’accordo che etica ed imprenditorialità sono due “separate in casa”, ma un minimo di libertà vorrei conservarla anche se l’eredità di Steve Jobs vorrebbe impormi “Apple, sempre Apple, unicamente Apple, Apple è in tutto il resto è out”.
      Ma io seno sempre stato un BASTIAN CONTRARIO!

    • In termini strategici, per noi la battaglia contro le leggi censorie SOPA è inutile. E’ eticamente fondata, non dico di no, ma gli stanno dando contro Google, Facebook e milioni (milioni!) di altri siti Internet. Diciamo la nostra, collaboriamo, ma non potremo offrire un contributo percettibile.

      Invece arginare l’avidità e la spudoratezza delle multinazionali, specie se il boccone avvelenato è ben impacchettato e dal sapore gustoso (e perciò complicato da svelare), mi sembra più nelle nostre corde.

      Mi spiego meglio: se hai potenti strumenti di comunicazione (Facebook, Google, ecc.) puoi sparare al bersaglio grosso: fermiamo le leggi illiberali, ecc…

      Se non hai potenti mezzi di comunicazione, devi contribuire con l’approfondimento. Il nostro sito, benché fatto senza soldi da un genio incompreso (o da un genio incompreso senza soldi, vale in tutti e due i modi :-)) non è un sito con decine di milioni di lettori, e non sposta l’opinione pubblica. Però abbiamo qualche decina di teste pensanti, alcune valide, e stiamo mettendo a punto vari sistemi di comunicazione, compreso il Wiki con il quale elaborare proposte di legge, produrre collaborativamente ricerca, rendere più accattivanti i comunicati stampa, ecc.

      Insomma, mezzi di comunicazione potenti= dire poco a tanti;
      mezzi di comunicazione limitati a una piccola comunità= dire tanto a pochi.

      A noi riesce relativamente facile (diciamo: a noi è possibile) produrre documentazione chiara e accessibile su trappole legali e trucchi commerciali. Basterebbe far leggere alle scuole una mezza paginetta su cosa si nasconde dietro la licenza Apple per indurre una certa percentuale di scuole a tenersene alla larga, e magari costringere la Apple a rivedere la licenza, magari aggiungendo un paio di commi che la rendano più tollerabile.

      A proposito di Wiki, tutti voi che mi leggete: compilate il questionario e richiedete l’accesso: https://www.statigeneralinnovazione.it/online/wiki/

    • Contestualizziamo un attimo, altrimenti questa discussione tanto varrebbe farla su Facebook con il suo tipico “divagazionismo”.

      Io stavo facendo un ragionamento sui massimi sistemi partendo dall’esempio che hai portato dell’insidiosa licenza che accompagna iBooks Author. E il succo è che, secondo me, non si può ragionare per assoluti. Ci sono contesti in cui la proposta di Apple è assolutamente accettabile, anzi conveniente. E ci sono contesti in cui è inaccettabile. Questo per restare sull’esempio da cui siamo partiti, ma lo ritengo valido in generale.

      Se poi invece ci riferiamo a quello che può fare SGI, allora è chiaro che il discorso va visto in altra maniera e commisurato alle forze che abbiamo. Però sono d’accordo fino a un certo punto sul considerare non strategico l’impegno su alcune grandi questioni. Proprio perché, come scrivevi prima, la libertà non la si conquista per delega.
      Da un lato sarebbe rischioso lasciare che siano i Google di turno a combattere queste battaglie. E’ ovvio che lo fanno nel loro interesse. Allora riguardo il ripristino della piena rappresentatività popolare in Parlamento che dovremmo fare? Aspettare che sia nell’interesse della Fiat farlo?
      Inoltre, i milioni di siti che hai citato tu prima vengono fuori da tanti sforzi individuali, tra i quali credo che sia giusto che ci sia anche il nostro. Nel nostro piccolo. Non credo certo che il Governo ascolti SGI perché riteniamo di avere delle buone idee. Ma l’autorevolezza e la rappresentatività si guadagnano piano piano partendo dal basso.
      Infine, proprio su queste grandi questioni credo che sia fondamentale esercitare una attività di divulgazione ragionata, priva di pre-concetti, che aiuti quanta più gente possibile a effettuare le proprie valutazioni basandole per quanto possibile su una valutazione obiettiva dei fatti. Insomma qualcosa che vada un po’ al di là del “Mi piace” appiccicato impulsivamente ad uno slogan pubblicato da qualcuno su Facebook.

    • Sono d’accordo con Marco che l’opposizione forte può essere fatta con le corazzate, ma ricordiamoci che molti affondamenti sono stati fatti dai famosi “barchini” d’assalto.
      Non sono d’accordo sul fatto che StatiGenerali debba essere considerato un “barchino”. SGI è una società basata sulla partecipazione di tanti e qualificati attori.
      E’ vero che il sito è si mantiene sugli sforzi onorevoli e da onorare di pochi o, forse, di uno solo, ma molti hanno aderito all’iniziativa SGI. Forse è il momento di verificare se è stata una adesione per fare una sorta di autopromozione oppure una adesione perchè una coesa azione di molti puuò aver successo.
      Forse è il momento di una verifica!

  2. dice Paolo Russo “E il succo è che, secondo me, non si può ragionare per assoluti. Ci sono contesti in cui la proposta di Apple è assolutamente accettabile, anzi conveniente. E ci sono contesti in cui è inaccettabile. Questo per restare sull’esempio da cui siamo partiti, ma lo ritengo valido in generale.”
    E’ assolutamente vero, ma è altrettanto vero che occorre ben chiarirsi quale è “la catena dell’assuefazione” con la quale Apple ci irretirce.
    Sono un convinto assertore che il sw libero nasconde mille “buchette” che non permettono un cammino liberamente tranquillo, ma sono altrettanto convinto che un mondo, APPLE, che ha elevato a sistema il vincolo stretto alle proprie posizioni, sia deleterio.

    • Attilio,
      è evidente per tutti che Apple opera una politica di lock-in molto molto aggressiva, che ha anche più di un lato oscuro. Però, insisto, la valutazione su questa politica dipende molto dal contesto. E di nuovo si parla di Apple per semplicità, ma poi il discorso si può allargare a tanti.

      Intanto, sempre prigione è, ma se devo scegliere tra una sala da Mille e una Notte nella quale un Oscuro Signore mi persuade a rimanere offrendomi fiumi di leccornie e leggiadre fanciulle oppure una fetida cantina nella quale sono tenuto dentro da due energumeni che mi bastonano se provo a uscire, beh, scelgo la prima opzione senza pensarci un attimo. Tradotto in termini più diretti: se Apple vuole un pezzetto della mia anima, ma in cambio mi da ottimi prodotti e servizi superiori a quelli degli altri, posso essere tentato e decidere se vendergliela o meno. Se Fastweb, Sky, Vodafone (… aggiungere una infinità di nomi a piacere) cercano di tenermi vincolato a un servizio scarso con trucchetti tipo il nascondere i moduli per la disdetta o mettermi on line solo le funzioni per aggiungere servizi e mai per toglierli, beh allora vogliono la mia anima senza darmi nulla in cambio e non mi sta bene per nulla. Ma, finché c’è mercato, c’è speranza.

      Un secondo fattore che io considero sempre è il tempo di vita della soluzione che sto acquistando. Personalmente, ci penserei 500 volte prima di fare un investimento strategico aziendale su 5.000 iPad o su 50 licenze di Final Cut. E se fossi un autore di libri o un editore non prenderei neanche in considerazione iBooks.
      Però Apple ormai è una società totalmente orientata al consumer.
      Se il mio problema è stampare una volta un libro da pubblicare gratuitamente nella maniera più semplice possibile, iBooks mi semplifica la vita non poco.
      Se il mio problema è convincere mio padre settantenne a usare un minimo il computer, iPad è una manna. Più è chiuso e meglio è: mio padre ha meno opportunità di fare casini. Più si avvicina alla complessità d’uso di una radio o di un forno a micro-onde e meglio è.
      In questi e tanti altri casi, un sistema chiuso, ma semplice, efficace e affidabile amplia la libertà di fasce non trascurabili di utenti, perché consente loro di fare cose che prima non potevano fare o erano troppo costose in termini di tempo o denaro.
      Sarebbe stato meglio che Apple proponesse una soluzione fondata su un formato dati aperto? Assolutamente si.
      Apple limita le nostre libertà con questa soluzione? No, perché le persone che avrebbero la loro libertà limitata sono un target cui questo prodotto non si rivolge e non hanno nessuna ragione di usarlo.
      Bisogna sempre tenere acceso il cervello quando si valuta un acquisto? Assolutamente si.
      Vale la pena di fare una analisi di mercato da 10.000€ per comprare un frullatore da 20€? Se pensate di si, venite da me. Faccio ottime analisi di mercato 🙂

  3. Penso che la discussione debba essere fatta su piani ben separati e in ordine di importanza discendente: di principio, di praticità, commerciale
    Dal punto di vista del principio, ognuno è libero di mettere sul mercato prodotti che non siano nocivi e che esista una libertà di scelta possibilmente non condizionante nel tempo.
    Dal punto di vista della praticità, non nego che l’operatività su i sistemi APPLE sia abbastanza facilitata, ma non mi sembra che sia molto maggiore a sistemi tipo Microsoft o Android le cui interfacce utente mi sembra abbiano una usabilità pari ad APPLE. Non sono troppo pratico di APPLE, ma posso dire che ultimamente anche Microsoft sta lanciando sistemi Open Source.
    Di comodità perchè APPLE, ed è questo il suo invidiabile merito commerciale, ha reso i suoi sistemi ben protetti da “invasioni barbariche”, ha fatto diventare leggenda metropolitana che sono sistemi facili ed alla portata di tutti, ha instillato il concetto che “Apple è smart” e tutti gli altri sono camion della prima guerra mondiale.
    Tanti anni fa esisteva il DOS/PC della IBM, le varie fabbriche di HW cominciarono a costruire macchine IBM compatibili e sw DOS compatibile.
    Tutti gridarono allo scandalo contro questa colonizzazione della IBM.
    Poi un certo Bill Gates si inventò Microsoft per facilitare l’uso del PC anche a chi aveva poca memoria (nel suo cervello) e non ricordava le lunghe stringhe di comandi. E tutti gridarono allo scandalo contro questa nuova colonizzazione.
    Con il tempo sorsero altre soluzioni ed il mercato e gli utenti si sono trovati sempre meglio.
    Tanti anni fa APPLE inventò un sistema blindato per il suo HW, stava per fallire. A questo punto è intervenuto un mago dell’imprenditoria commerciale e con una serie di slogan pubblici, ed un solo piano commerciale ben fisso nella mente, ha riportato APPLE alle stelle.
    Il lancio, anno dopo anno, di piccoli hw diversi che di volta in volta sono diventati un must per chi conta ed un iper must coercitivo per chi vuole apparire, ha preso il comando del mercato.
    Mille altri hanno realizzato prodotti con prestazioni migliori, costi inferiori ed apertura al mondo, ma “CHI NON HA APPLE, NON E'”.
    Il famoso Pifferaio di Hamlin al confronto è un dilettante.
    Paolo, se poi qualcuno mi paga bene per dire esattamente il contrario, io posso anche farlo …non turandomi neppure il naso.

    • Dai, ora qui rischiamo di far scadere lo spunto interessante dato da Marco al solito dibattito pro o contro Apple.
      Permettimi di dire solo che è molto riduttivo descrivere i prodotti di Apple come un fenomeno da “fighetti”. Mi fermo qui perché sono sicuro che la tua posizione è ben più articolata e so come sia facile fare affermazioni “talebane” in un post.

      Visto che ho avuto spesso occasione di leggere quello che scrivi, mi interesserebbe di più continuare ad approfondire il tema Open vs. Proprietario. E Marco ci ha dato tutto sommato una occasione per farlo su un tema concreto invece che con le solite discussioni di principio.

      Di Apple tutto si può dire tranne che non sia una società gestita in maniera eccellente. Per molti versi merita di essere studiata. E, personalmente, mi ha sempre creato un certo imbarazzo. Filosoficamente preferisco le soluzioni open, ma poi negli ultimi 10 nella pratica mi sono trovato spessissimo a preferire le soluzioni di Apple.

      Detto questo, torniamo ad iBooks Author.
      Premetto che i termini di licenza devono essere chiariti. Per esempio, non è ancora chiaro se l’obbligo a non vendere attraverso altri canali non si capisce bene se si riferisca al libro inteso come impaginato o al libro come opera d’ingegno. Sembrerebbe la prima – e in quel caso mi parrebbe anche giusto – ma non è ancora stato chiarito.
      Ma supponiamo pure che valga l’interpretazione peggiore. A me sembra che si debba discutere intorno all’interpretazione di libertà.
      Mi sembra che spesso a un prodotto o un servizio informatico si chieda di consentire a tutti di fare tutto. Mi sembra una posizione utopistica. Ogni prodotto o servizio nasce per rispondere a una o più specifiche esigenze di uno specifico segmento di mercato. Non può essere diversamente per ovvie ragioni di limiti di risorse e vincoli di ingegnerizzazione. Ma soprattutto per l’articolazione dei desideri e dei bisogni della gente. Ho sentito di recente descrivere l’iPad come un “oggetto de lo dimonio” perché non consentiva di usare GREP. Ma non è nato per fare quel tipo di lavoro né per soddisfare le esigenze di quel tipo di utenza. Non ha senso fare questo tipo di critiche.
      Io credo che sia molto più produttivo criticare i prodotti chiusi prima di tutto cercando di capirli per quello che sono piuttosto che etichettandoli secondo quello che vorremmo che fossero.
      Le leggi di mercato dicono che un prodotto ha successo se soddisfa meglio di altri una esigenza di un pubblico sufficientemente vasto.
      Che tipo di pubblico e che tipo di esigenza sta cercando di intercettare iBooks Author?
      Alla Apple non sono scemi: se usano un formato proprietario, vuol dire che ritengono che questo permetta loro di effettuare una proposta di valore superiore rispetto alla concorrenza. Rifrasato, questo si può dire che ritengano che l’utente finale riceva più valore grazie a questa soluzione. Questo approccio è un indubbio merito della filosofia industriale di Apple, che va riconosciuto loro per onestà intellettuale, così come bisogna sempre dire chiaramente che il “vizietto” dell'”extreme lock-in” ce l’hanno eccome. Allora prima di tutto bisogna chiedersi se sia vero che stiano offrendo un valore superiore agli utenti cui si rivolgono. Per usare la terminologia scherzosa di Marco, anche gli “sfigati” hanno diritto di stampare una versione elettronica dei propri libri. Poi nessuno li leggerà. Oppure li leggeranno solo 15-20 studenti che frequentano i loro corsi da sfigati. Magari senza dover spendere 100€ per libri che hanno quei costi solo perché pubblicati all’interno di un mercato estremamente chiuso fino adesso. Per tutti loro la libertà è aumentata.
      Finché le soluzioni Open non forniranno un valore complessivo almeno molto vicino alle soluzioni proprietarie con cui competono non riusciranno mai ad affermarsi significativamente sul mercato.
      Nel caso specifico – diciamocelo onestamente – ePub 2 fa ancora pena. Se potessi pubblicare un libro elettronico con una semplicità vicina a quella che mi offre ora Apple e con un livello di qualità decente, probabilmente non mi porrei neanche il problema.

  4. “Se potessi pubblicare un libro elettronico con una semplicità vicina a quella che mi offre ora Apple e con un livello di qualità decente, probabilmente non mi porrei neanche il problema.”
    allora non portetelo, scarica sigil e in 15′ hai il book sul reader che hai scelto tu 😉

    • Sigil è assolutamente onesto, ma iBooks Author è proprio su un altro piano. A parte l’integrazione di audio, video, ecc. consente di innestare HTML 5, e quindi ad esempio inserire nel libro esercizi di matematica, e controllarli in tempo reale. Inserire blocchi di testo che si aggiornano dinamicamente, con informazioni prese in tempo reale da fonti esterne, e molto altro.

      Consente, in modo facile, ciò che è stato vagheggiato a proposito di e-book negli ultimi venti anni.

      iBooks Author è oggettivamente rivoluzionario. Peccato che sia dominato dal lato oscuro 🙂

      P.S. Nel frattempo, Liber Liber continuerà a usare Sigil ed ePub 2, in speranzosa attesa di ePub 3 e Sigil 2.0 🙂

    • Voglio bene a Marco proprio perché nonostante sia un indiscutibile paladino dell’Open affronta il tema in maniera pratica e non preconcetta.
      Non avrei potuto replicare meglio di come ha fatto lui.

  5. In altri tempi abbiamo discusso di soluzioni open e soluzioni proprietarie, ma non credo che questo sia il tema della discussione.
    Sono rispettosissimo della filosofia commerciale di APPLE …onore al merito. Sono invidioso del suo successo, hanno saputo rendere qualcosa indispensabile per apparire innovativi ed è vero che hanno saputo trovare prima degli altri una serie di oggetti che, sfruttando spesso tecnologie ben note, sapevano apparire. E’ sicuramente un approccio al mercato da studiare.
    E bravissimo Steve Jobs che ci ha pensato per primo.
    Quanto a iBook, è sicuramente uno strumento che funziona bene ed altrettanto sicuramente stimolerà il mercato a produrre qualcosa di simile, ma senza vincoli aperti o nascosti.

  6. Scrive Paolo Russo:
    > Alla Apple non sono scemi: se usano un formato
    > proprietario, vuol dire che ritengono che questo
    > permetta loro di effettuare una proposta di valore
    > superiore rispetto alla concorrenza.

    Io direi: “alla Apple non sono scemi, usano un formato proprietario (che imprigionerà utenti e autori) facendo leva su una proposta di valore superiore (uno strumento di authoring finalmente all’altezza)”.

    iBooks Author è la carota con la quale attirano clienti, il formato proprietario il bastone con il quale vogliono costringerli a usare sempre e solo gli strumenti Apple.

    Lo dico in un altro modo: giornalisticamente la licenza Apple è il fatto più rilevante e più spudorato, perché nessuno si era spinto a pretendere diritti sul tuo lavoro solo per il fatto di aver usato un suo prodotto. E tutti ne parlano.

    In realtà però non è questo il peccato più grave legato a iBooks Author (e forse noi di SGI dovremmo spiegarlo). Il vero problema è il formato ibooks. Nessun commentatore ha approfondito questo aspetto, per cui voglio ancora sperare che ci siano margini. Ma se come sembra è un dialetto di ePub 3 con tag di proprietà Apple (e utilizzabili solo da Apple o da terzi in concessione), allora bisogna fargli guerra. Frontale e senza pietà.

    La licenza iBooks Author è spudorata e deleteria per il mercato (introduce una pessima pratica che altri copieranno; sicuramente in modo ancora più spudorato e cialtronesco), ma tutto sommato mi basta non adottare iBooks Author per evitarla. Penso che fra un anno o due usciranno altri tool ePub 3, sperando che almeno uno di questi sia all’altezza di iBooks Author.

    Se invece il formato ibooks prenderà piede, ci toccherà subirlo, come subiamo il formato “.doc” (solo in Italia lo Stato spreca una impressionante quantità di danaro in licenze Microsoft solo perché la Microsoft può fare leva sui formati proprietari di Office).

    Il tempo per questi trucchi e queste trappole è passato. Se ognuno di noi fa la sua parte. Liberi formati in liberi mercati! 🙂

    • Tutto vero quello che dici e da sottoscrivere. L’evoluzione di un mercato trainato da un prodotto proprietario tipo il formato iBooks porta o alla frammentazione o al monopolio. E nessuna delle due situazioni è particolarmente desiderabile per l’utente finale.

      Però ci sono anche degli altri aspetti da considerare.

      Primo: come hai detto tu giustamente iBooks somiglia finalmente a quello che da vent’anni si dice dovrebbe essere un eBook. C’era uno spazio di mercato enorme da riempire? Perché gli altri hanno dormito? Perché siamo ancora ad un formato standard “deprimente”?

      Secondo: ora che qualcuno ha aperto il recinto e i buoi sono scappati, che si fa? Si dice Apple è brutta e cattiva, quindi aspettate uno o due anni perché ci si metta tutti d’accordo e solo allora cominciate a fare quello che si potrebbe fare ora? Nel frattempo continuate a pagare i libri di testo cinque volte tanto, please. La vedo dura. C’è solo da sperare che qualcun altro ora sia veloce a copiare e a mettere sul mercato una soluzione aperta equivalente. Ma anche qui la vedo dura.

      Probabilmente varrebbe la pena di fare una riflessione: quanta innovazione è venuta dal mondo “open” nel settore ICT? Ci devo pensare un po’ su, ma di primo acchito come realtà rilevanti mi vengono in mente solo versioni open di prodotti già esistenti. Poi probabilmente mi sbaglio perché è un mondo che non conosco nei suoi più reconditi dettagli. E’ un punto sul quale mi piacerebbe discutere.

  7. Scrive Paolo Russo:
    > Probabilmente varrebbe la pena di fare una
    > riflessione: quanta innovazione è venuta dal
    > mondo “open” nel settore ICT?

    Tema interessante: l’Open Source è in grado di produrre innovazione? Anche a me pare che la buona parte dell’innovazione nel campo ICT sia portata da piccole aziende specializzate, e meno dall’Open Source (l’Open Source temo perda il confronto anche con le conservatrici e pigre multinazionali). Sarei lieto di essere smentito da qualche studio serio sull’argomento.

    Nel caso specifico di iBooks Author, però, va detto che l’innovazione principale, l’ePub 3 di cui ibooks è un dialetto, è un formato aperto.

    Secondo me il problema è che le aziende sono ancora concentrate sull’idea (eticamente sbagliata) di fare tombola imponendo al mercato un proprio formato o protocollo proprietario. Quando finalmente le aziende capiranno che formati e protocolli possono essere solo standard e interoperabili (ecco una delle poche leggi regolatorie che mi piacerebbe), allora finalmente l’innovazione sarà libera di correre.

    P.S. Come richiesto da una certa persona… ho attivato i sondaggi. Così per sfizio ne ho attivato uno in questo post. Votate! 🙂

    • Sui formati e i protocolli aperti io sono fortissimamente convinto che dovrebbero essere obbligatoriamente utilizzati nel settore delle pubbliche amministrazione e anche dei servizi pubblici (leggasi banche, per esempio).

      Sono più perplesso in altri settori. Prescindiamo un attimo da Apple. Perché un’impresa che vede la possibilità di offrire un servizio che ha un mercato e ricavarne un giusto profitto, dovrebbe rinunciarvi a causa di vincoli imposti da uno standard che, per definizione, non può mai essere “on the edge of innovation”?
      E’ nella natura stessa dell’impresa cogliere questo tipo di occasioni. La discriminante qui secondo me è etica: se effettivamente miglioro in qualche modo la vita dei miei clienti, non ci vedo nulla di male in linea di principio. Sinceramente, se io stanotte mi inventassi un software che cura il raffreddore grazie all’uso di un formato dati non standard e diventassi multimiliardario grazie a questo, non credo proprio che riuscirei a provare rimorsi…

      Se invece sostanzialmente raggiro i miei clienti non dando loro valore reale, ma attraendoli con le gambe di qualche bella signorina negli spot e poi incatenandoli con una soluzione proprietaria, allora forse la mia coscienza avrebbe tutte le ragioni di volersi fare una bella chiacchierata con me. E mi sentirei colpevolissimo mentre sorseggio una bibita all’ombra della mia nuova villa in Polinesia 🙂

  8. Il mio punto di vista – da editore digitale scolastico (Garamond) – è che l’iniziativa di Apple ha prima di tutto un grande merito: quello di far capire a tutti gli oligopolisti del settore (in Italia sono 3 o 4 che si dividono fra loo il 70% di un mercato chiuso e protetto che vale 800 ML di Euro ogni anno…) che il tempo della vendita di carta per studiare a scuola è forse davvero finito. Soprattutto se tali enormi ricavi (cash e ricorsivi ogni anno: una vera rendita) si basano su un concetto di “proprietà intellettuale” privata, artificiosa in quanto applicata al bene comune della conoscenza disciplinare scolastica. La conoscenza, in rete e in formato digitale, non è più un bene scarso, e dunque il punto di valore non può essere più il contenuto in sé ma il servizio. Questo non *vuole* essere capito ed accettato dagli editori scolastici tradizionali (“dead trees publishers”), mentre nella realtà educativa più attenta e consapevole delle dinamiche di rete è sempre più un dato acquisito. Visto che si parla tanto di liberalizzazioni, perché non liberalizzare anche il mercato dei libri di testo, abolendo l’obbligo dell’adozione e lasciando gli insegnanti liberi di utilizzare ciò che vogliono?
    Il secondo punto è che Apple lancia il sasso nello stagno e poi ci si lega con una corda, affondando con la sua stessa proposta: non si può incentivare la produzione di contenuti dal basso dei docenti, disintermediata, e poi blindare tale produzione in un formato chiuso e proprietario. E’ vino nuovo (digitale) in otri vecchi, quelli dell’idea proprietaria del sapere scolastico.
    La soluzione? Incentivare la produzione dal basso e collaborativa di contenuti didattici digitali, fruibili su ogni piattaforma e device, e soprattutto *aperti* e liberamente modificabili e integrabili da docenti e alunni, in un contesto di conoscenza come bene comune.
    Il ruolo dell’editore, in questo contesto profondamente rinnovato, non è più quello di distribuire oggetti chiusi e proprietari (atomi o bit, poco importa), ma quello di valorizzare il bene scarso che è capace di creare e gestire, ovvero: animare comunità di rete, avere una reputazione, richiamare attenzione e amministrare accessi a piattaforme e eventi dal vivo (lezioni, ripetizioni online, giochi didattici, verifiche ecc.).
    Noi ci stiamo provando, in un contesto ostile di quasi totale isolamento da parte dei cartelli noti, ma con il supporto convinto di una larga base di insegnanti, dirigenti e studenti.

  9. … Inoltre, ruolo dell’editore si trasforma in modo radicale, anche se non credo proprio sia destinato ad annullarsi. In pratica: resta il compito di far incontrare una domanda (contenuti, eventi ed esperienze didattiche) con un’offerta (autori, gestori di processi di insegnamento/apprendimento, formatori, consulenti ecc.), nel settore dell’istruzione. Ciò che cambia, radicalmente, è la modalità di progettazione, produzione, distribuzione e gestione di contenuti e processi didattici, che implica anche un diverso modello economico, non più centrato sula vendita del prodotto (calcolato in singole “copie” e legittimato dal principio della titolarità esclusiva a riprodurre il supporto materiale – copyright – tipico della tecnologia della stampa) ma sull’accesso ad un servizio. In altri termini, non più editore come “content provider”, ma come “gate keeper”. Credo che questa transizione sia già ampiamente in atto (non fanno già editoria, anche scolastica, Google, YouTube, Slideshare, lo stesso Facebook e ovviamente Wikipedia, Amazon e Apple?), non solo nelle grandi dimensioni globali, ma anche in quelle più localizzate, e penso ad esempio ad alcuni medi editori italiani, di grande tradizione, che sempre più si dedicano con successo all’organizzazione di eventi (Laterza, Il Mulino, ed altri, tanto per fare nomi…).
    La rete e il digitale cambiano tutto, a partire dalla mente delle persone, che sempre più si aspettano di *interagire* con un contenuto aperto, manipolabile, liquido, non “timpano che non risponde” come quello della scrittura su carta. E sempre più si aspettano di *interagire* con altre persone, che su quello stesso contenuto lavorano, studiano, pensano e intervengono, in un processo aperto, collaborativo e dialogante di comunità di pratica, tipico del nostro nuovo mondo partecipativo di persone in rete. Insomma, per dirla con Luca De Biase, bisogna veramente “cambiare pagina” 😉

    • Innanzi tutto ringrazio Agostino Quadrino per aver trasferito qui sul forum i suoi interventi sul nostro gruppo Facebook per consentirci di continuare la discussione. E lo ringrazio di nuovo per la qualità dei suoi post. Personalmente, sottoscrivo parola per parola tutto quello che dice sul diverso ruolo dell’editore nell’era digitale.
      L’unica perplessità che ho è nel pensare soggetti come Amazon e Apple come editori. Io li vedo molto più come librerie all’ennesima potenza piuttosto che come editori. La potenza dei loro ecosistemi digitali consente loro di coprire parzialmente ruoli che erano esclusivi da un lato delle società di distribuzione e dall’altro degli editori, ma filosoficamente mi sembra che ragionino come retailers.
      E forse qui si trovano pure le ragioni di alcune scelte di chiusura. Come editore ho tutto l’interesse che l’opera che ho scelto, curato, finanziato e pubblicizzato possa essere diffusa quanto più possibile. Un formato aperto aiuta. Come libreria ho tutto l’interesse a farti entrare a comprare solo da me. Un formato chiuso aiuta.
      Questa confusione del ruolo tra editore, distributore e dettagliante sembra che sia una di quelle zone grigie create dal cambiamento totale portato dalla smaterializzazione dei prodotti del sapere.
      Mi interesserebbe conoscere cosa ne pensate voi altri.

  10. Penso anche stavolta che si debba discutere su piani diversi.
    E’ vero che i proprietari di sistemi cercano sempre di innovare per essere i primi a fornire una soluzione diversa, talvolta innovativa, talvolta più appeiling, talvolta semplicemente diversa, poi il mondo scopre quella strada e tenta in mille modi di catturare una parte della torta.
    Poi esistono due tipi di utenti: quelli che sentono come una diminutio capitis il fatto di non avere l’ultima novità, hw o sw che sia; gli altri che cercano di scoprire il reale valore della novità e poi, aspettando qualche minuto, lo confrontano con soluzioni meno vincolanti. Poi, se entro un ragionevole lasso di tempo, la novità resta chiusa nelle segrete stanze dell’inventore, solo allora valutano se acquisirla.
    Da un punto di vista economico/finanziario mi sembra che non ci sia discussione tra i due atteggiamenti.
    Io penso che qualsiasi atteggiamento che pone paletti vincolanti produce scelte falsamente logiche.
    Infine io, nel chiuso della mia stanzetta, posso fare qualsiasi scelta e nessuno ha il permesso di criticarla. Al di fuori di questa particolare situazione, il buon senso del padre di famiglia ed una semplice analisi dei fatti, devono guidare le scelte.

  11. > Probabilmente varrebbe la pena di fare una
    > riflessione: quanta innovazione è venuta dal
    > mondo “open” nel settore ICT?

    Sicuramente nel mio Desktop 🙂

    Internet, Apache, html,Firefox,PHP,DGIndex, VirtualDub, Audacity,Buuurn, BeHappy, Calibre, AviDemux,Xvid, VLC,EPub, Joomla, WordPress OpenOffice,Wikipedia,Filezilla,Gimp,Launchy,PDF Creator, Note++,Sigil
    etc., etc.
    Vabbé non nego l’importanza e la qualità di Apple e di ibooks, ma preferisco un mondo di standard e formati disponibili per tutti ed economicamente accessibili a tutti,
    svincolati da HW proprietario e liberi dal “lato oscuro”
    complimenti per il thread, molto interessante!

    • No, Lux, gli esempi che porti sono al contrario esattamente la prova di ciò su cui riflettevamo io e Marco. Ad eccezione forse di Wikipedia, non uno dei prodotti/servizi che nomini rappresenta qualcosa che è stato “inventato” in ambito “open”. Sono tutte implementazioni “open” di prodotti che sono stati inventati in altro ambito. Mi spiego. “OpenOffice” non ha inventato word processor, foglio elettronico e software di presentazione. Il primo foglio elettronico fu Visicalc di Lotus (?), per esempio. OpenOffice ha copiato il pacchetto Office di Microsoft, errori nella gestione delle liste puntate compresi :-). Gimp è il clone di Photoshop e così via. Sono opere meritorie, ma dal punto di vista dell’innovazione non hanno portato nulla.
      Evitiamo poi di fare confusione: Internet è nata su finanziamenti del Dipartimento della Difesa americano. HTML e web server sono stati sviluppati come un progetto interno del CERN. Firefox è nato dalle ceneri del proprietarissimo Netscape quando hanno perso la guerra dei browser con Microsoft e sono falliti.
      La domanda che ci ponevamo con Marco è questa: “il modello di sviluppo del software open-source è in grado di inventare nuovi prodotti che soddisfano esigenze non ancora individuate da altri?”.
      La risposta che a mente è venuta ad entrambi è: “Se giudichiamo dalla storia finora, per quel che possono ricordare due quasi-vecchi ormai abbastanza rimbambiti – specie Marco 🙂 – bisognerebbe dire di no”. E allora, a meno di non essere piacevolmente smentiti, varrebbe la pena di fare una riflessione sul perché.

  12. Come terzo vecchio (anche troppo) tra cotanto senno, vorrei citarmi. Il 24/01 alle 19,40 scrivevo:
    ——————–
    E’ vero che i proprietari di sistemi cercano sempre di innovare per essere i primi a fornire una soluzione diversa, talvolta innovativa, talvolta più appeiling, talvolta semplicemente diversa, poi il mondo scopre quella strada e tenta in mille modi di catturare una parte della torta.
    Poi esistono due tipi di utenti: quelli che sentono come una diminutio capitis il fatto di non avere l’ultima novità, hw o sw che sia; gli altri che cercano di scoprire il reale valore della novità e poi, aspettando qualche minuto, lo confrontano con soluzioni meno vincolanti. Poi, se entro un ragionevole lasso di tempo, la novità resta chiusa nelle segrete stanze dell’inventore, solo allora valutano se acquisirla.
    ————————————–
    In conclusione: chi vende ha l’obbligo di innovare per competere, chi compra ha il vantaggio di poter scegliere pesando vantaggi tecnici e vantaggi economici. E questo è sicuramente vero per applicazioni per singoli utenti in ambienti PC-like. Se poi parliamo di grandi sistemi, abbiamo già fatto questa discussione in ambito Open-source ed a quella possiamo richiamarci.

  13. ok, va bene l’innovazione, ma riflettiamo bene sulle implicazioni sottese alla domanda che sagacemente apre questo thread: grande novità o pessima notizia?

    Dal Blog di Anna Masera:
    “Quando si sottopone a Apple una “app” per approvazione, per iPad o per iPhone, si ha la fastidiosa sensazione di essere controllati e tenuti in pugno solo perchè si vuole pubblicare contenuti editoriali sulle loro piattaforme digitali per tablet e smartphone. Chi è abituato a pubblicare sul Web, tende a ribellarsi.

    Dave Winer in “The Un-Internet” (l’Anti-Internet) lo spiega bene, e descrive la piattaforma chiusa dell’iPad come la “disneyficazione” di Internet:

    “… Apple has been the leader in the push to control users. They say they’re protecting users, and to some extent that is true. I can download software onto my iPad feeling fairly sure that it’s not going to harm the computer. I wouldn’t mind what Apple was doing if that’s all they did, keep the nasty bits off my computer. But of course, that’s not all they do. Nor could it be all they do. Once they took the power to decide what software could be distributed on their platform, it was inevitable that speech would be restricted too. I think of the iPad platform as Disneyfied. You wouldn’t see anything there that you wouldn’t see in a Disney theme park or in a Pixar movie. …”.

    Ma alla fine, conclude Winer, prevale sempre l’Internet, quella libera e aperta: “It’s the Internet vs the Un-Internet. And the Internet, it seems, always prevails”. Utopia o realtà? ”

    http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=2&ID_articolo=1307

    • @Lux

      Il discorso sull’innovazione in effetti è un tema collaterale emerso da questa interessante discussione. Magari sarà il caso di aprire un thread a parte nei prossimi giorni.

      Tornando in carreggiata, ti rispondo con i miei due cent sulle citazioni di Masera e Winer.

      La citazione di Anna Masera è molto ridotta e spero di non prendere lucciole per lanterne. E’ il tipo di argomenti che non vorrei mai sentire da chi sta dalla mia parte (può non sembrare, ma io sono favorevole per molti versi al software open. Solo che vorrei che se ne parlasse con senso pratico e meno ideologia da salotto).
      Leggo “si ha la fastidiosa sensazione di essere controllati e tenuti in pugno SOLO perchè si vuole pubblicare contenuti editoriali sulle loro piattaforme digitali per tablet e smartphone.”
      Il processo curatoriale di Apple ha tante falle e tanti aspetti molto molto discutibili, ma non si può acquisire credibilità nella critica se si continua con questo “bello, bellissimo il tuo servizio, ma ho il diritto di poterlo usare gratis e come mi pare”. Apple (e tante altre aziende con successo e qualità variabile) ha fatto enormi investimenti per mettere in piedi il suo ottimo ecosistema digitale. Ci sta lavorando e investendo sopra da 10 anni. Ci ha scommesso il futuro dell’impresa. Ha tutto il diritto di proporre il proprio servizio come meglio crede. E noi come acquirenti informati abbiamo due fondamentali diritti. Il primo è di non comprare i suoi servizi e prodotti. Il secondo, se decidiamo di comprare, è di far sentire la nostra voce perché il prodotto sia migliorato e siano rimossi gli aspetti che non ci piacciono. Ma, finché vengono intrattenute pratiche commerciali trasparenti, io trovo ridicolo che ad una impresa si richieda di rinunciare al proprio giusto profitto in nome di un narcisistico concetto di aver diritto tutto ciò che si piace. Non ti piace che Apple operi come curatore di ciò che viene pubblicato sulla SUA piattaforma perché su Internet funziona in maniera diversa? Beh, probabilmente è sfuggito un particolare: l’ecosistema di iOS NON è Internet. Internet è meglio per te? Vai e usa Internet. Chi te lo impedisce?
      E’ come prendersela con un editore perché seleziona le opere da pubblicare e si vuol far pagare i libri delle sue collane. Atteggiamento criminale perché il sapere è libero e tanto su Internet si trovano tantissimi contenuti gratis. Un editore svolge un’opera curatoriale importantissima e ha tutto il diritto di scegliere cosa far apparire nelle sue collane. Anzi ha il dovere di farlo e di farlo bene. E’ questo lavoro che mi motiva a spendere soldi per un libro curato da un buon editore. Sono sicuro che c’è qualità dietro. Cosa che non si può necessariamente dire per quanto si trova pubblicato in totale anarchia su Internet.

      Di diversa qualità è l’approccio di Winer. Che pure parte da presupposti ideologici da vecchio pasionario del web. Però è innegabile che Apple eserciti un’opera censoria sui contenuti. Mi piace che lo faccia? No, come dice Winer, perché va ben oltre il margine di errore accettabile nel tentativo di garantire qualità. Censura alcune tematiche e su questo non sono d’accordo per principio.
      Ha il diritto di farlo? Secondo me, assolutamente si. E’ casa loro. E’ il loro prodotto. E’ la loro proposta. Se sbagliano, pagano loro.
      E’ famoso ed esemplare uno scambio di mail tra Steve Jobs e un giornalista sulla censura esercitata nei confronti della pornografia. Alla fine dei conti Jobs dice che secondo lui la pornografia è negativa per i giovani e quindi la SUA impresa non farà nulla per aiutare a diffonderla. Giusto o sbagliato che sia, è la SUA impresa e deve trasmettere i SUOI valori.
      Se le proposte chiuse e proprietarie di Apple sbaragliano le soluzioni open (o spacciate per tali come Android…) sul mercato, dobbiamo smetterla di chiedergli di legarsi mani e piedi perché non siamo capaci di stare al loro passo e gli utenti li preferiscono. Dobbiamo chiederci cosa stiamo sbagliando noi e cosa possiamo fare per cambiare la situazione. Ecco anche da dove veniva l’atroce dubbio sull’innovatività del mondo open source: sarà mica che uno dei suoi problemi è che non è molto creativo?

      Lux… ovviamente in questo vaniloquio sono andato molto al di là delle tue affermazioni. Non sto attribuendo a te questi comportamenti che critico. Li riscontro molto spesso negli ambienti open e li considero come il più grosso limite del movimento. Quindi se tu mi provochi io poi mi sfogo… 🙂

  14. Secondo me iBOOKS è una ottima notizia perchè mette sul mercato uno strumento valido che stimolerà tutti gli altri “liberi” a copiare e fare di meglio con vantaggio inenarrabile per tutti quelli che avranno saputo aspettare “paio di giorni”!:).
    Tutti quei documenti su Apple vorrei definirli la scoperta del manico dell’ombrello, cioè qualcosa che tutti sanno e che solo pochi APPLEIFAGI fanno finta di dimenticare.

    • @Attilio

      In teoria sono d’accordo con te. In pratica però nel caso specifico di Apple c’è un fattore non trascurabile da considerare. Apple pianifica le sue strategie con anni di anticipo e fa investimenti enormi in R&D. Va sul mercato con i suoi tempi… perché ha questa incredibile capacità di intuire e creare nuovi mercati. Quando inventa un nuovo prodotto-mercato, la concorrenza è costretta ad arrancare per copiare il più velocemente possibile per riuscire a prendersi una fetta di quel mercato. E molto spesso le soluzioni sono raffazzonate e non hanno il tempo di maturare e “fare di meglio”, come dici tu. La grossissima delusione di Android è un esempio tipico di questa situazione. E a investirci dietro sono stati dei signori che qualche risorsa alle spalle ce l’hanno…
      Il problema a competere con Apple è che non devi competere con un prodotto, ma devi competere con un ecosistema. Il gioco si è fatto enormemente più duro.

  15. Paolo Russo dice: “Il problema a competere con Apple è che non devi competere con un prodotto, ma devi competere con un ecosistema. Il gioco si è fatto enormemente più duro.”
    E con questo torniamo al’inizio: onore al merito di APPLE di inventare cose nuove e di aver soprattutto costruito un ecosistema sigillato di persone ormai convinte che esiste solo Apple e che sono contente di essere legate mani, piedi e cervello ad APPLE. Questo fatto mi ricorda quelle disgraziate mogli che hanno un marito che le picchia, ma lo difendoono sino all’estremo e prendono quelle percosse come una prova d’amore.
    Alla prima influenza epidemica che scoppierà daremo il nome di APPLE.
    P.S. A proposito di Android, la mia esperienza è breve, solo da un mese gioco con un tablet, ma mi sembra che quel sistema operativo funziona bene. E una certa esperienza di S.O. credo di averla fatta visto che traffico con queste cose da quando …..ancora non esistevano i sistemi operativi!

    • @Attilio
      Non voglio divagare troppo dal tema originario, perciò su Android ti sparo 2 flash veloci.

      Dal punto di vista dell’utente: le versioni nuove non saranno magari proprio all’altezza del binomio iOS5/iPad, ma non sono affatto malaccio se prendi la singola macchina. Il problema lo potresti avere nel momento in cui uscirà la prossima versione di Android e Samsung e/o HTC e/o Amazon e/o Motorola e/o decideranno che non conviene loro renderti disponibile l’upgrade. Peggio che mai se il tuo smartphone o tablet è brandizzato da un operatore telefonico, perché nella catena tra te e Google ci si mettono pure loro.

      Dal punto di vista dello sviluppatore: prego definire cosa è Android.
      Stiamo progettando una applicazione mobile proprio in questi giorni e abbiamo deciso di soprassedere allo sviluppo di una versione per Android. Troppo complicato: la cervelloticità della situazione di cui sopra ha creato una frammentazione intollerabile. Troppi utenti hanno (e continueranno ad avere senza possibilità di scegliere) versioni vecchie anche di due anni di Android, per non parlare delle customizzazioni dei produttori e degli operatori per non parlare delle differenze di specifiche tecniche degli schermi (che in fondo sarebbe il meno da gestire). O si fa un software con requisiti così minimi che si è sicuri che più o meno va dappertutto, ma fa schifo. Oppure ci si può permettere una struttura di test in grado di verificare il funzionamento su diverse decine di configurazioni importanti. Se sei Gameloft lo puoi fare. Noi non possiamo.
      Quindi iOS (oltre il 90% degli utenti passa alla ultima versione del sistema operativo in meno di 6 mesi dall’uscita e oltre il 96% entro 1 anno + pochissime varianti nelle configurazioni hardware + tutti i servizi a valore aggiunto dell’App Store – tutte le magagne per farsi approvare la app) e HTML5 (standard aperto e flessibile).

      Non considero uno schifo il prodotto tecnico Android. Considero uno schifo la strategia che ha dietro. Mi mette di fronte a 1.000 diversi sistemi chiusi che si fregiano di essere basati su una tecnologia aperta, mica come quei cattivoni di Apple!

  16. Egregio Paolo, Forse siamo arrivati al dunque: la scelta APPLE non è una scelta tecnica basata su valutazioni di bontà del prodotto o su presupposti etici. E’ una scelta economica industriale…io sviluppo su APPLE perchè questo protegge i miei investimenti e poco mi importa se questo mi pone delle condizioni a dir poco medioevali. Se questo è vero, condivido la tua scelta senza assolutamente discuterla perchè il rischio d’impres rientra nella libertà dell’imprenditore,

  17. Ultime notizie dal mercato:
    http://www.hwupgrade.it/news/portatili/tablet-pc-apple-domina-ma-android-in-forte-recupero_40445.html
    ” Il discorso appare più chiaro passando alle percentuali in termini di market share: Apple rimane dominante, ma passa dal quasi 70% dell’anno precedente a 57,6%, mentre i dispositivi Android si portano a ridosso del 40% (39,1%), contro il 29%.”
    Forse il passaggio dalla moda alla realtà sta avvenendo

    • @Attilio
      mi sembra chiaro che la scelta di Apple, o di qualsiasi altro prodotto o piattaforma, per una impresa debba basarsi su una scelta economica. Se i numeri non tornano, si chiude. Una volta che i numeri sono a posto, poi si possono fare altre scelte. E a quel punto entrano in campo anche le scelte etiche e di responsabilità sociale, che vanno dal non voler lavorare con imprese legate alla criminalità fino a magari scegliere di guadagnare un po’ di meno, ma sostenere una piattaforma aperta oppure fare un prodotto di qualità superiore a quel che basterebbe strettamente per venderlo. E anche la qualità dei prodotti dei tuoi fornitori la valuti eccome…

      Riguardo alle statistiche: dai, finora questa discussione è stata di livello. Questo tipo di statistiche lasciale alle riviste low-level e agli uffici stampa delle imprese. Sai benissimo che le statistiche sulla penetrazione di mercato si fanno per segmenti omogenei e che quel tipo di numeri serve solo per far fare i titoli ai giornalisti. Techcrunch commenta gli stessi dati in maniera più seria: http://techcrunch.com/2012/01/26/android-reaches-39-tablet-os-market-share-standing-on-amazons-shoulders/
      Ed ancora più interessante è questo articolo, che penso meriterà una riflessione a parte per le sue implicazioni: http://techcrunch.com/2012/01/25/apple-pwned/

  18. @Paolo Russo
    Risposta in due parti.
    1. Riguardo le scelte economiche di una azienda niente da ridire o criticare. Ogni azienda, nei limiti della legge, fa le scelte che ritiene migliori. Se ci azzecca guadagna, se sbaglia perde: è la legge del mercato.
    Non sono d’accordo quando si cerca di giustificare una scelta di mercato con argomenti puramente etici o di principio.
    2. Parlare di numeri non è scendere di livello, è osservare dei fatti e provare a trarne dei suggerimenti per le scelte economiche, questo in teoria. Nella pratica ognuno i numeri li gira come vuole …vedi risultati elettorali.
    Se però in un anno con un mercato che aumenta di 2,5 volte (da 10 milioni a 25 milioni di pezzi) si scende del 10% o si aumenta del 10% di share, qualche riflessione sulle tendenze è necessario farla.
    A questo punto le scelte economiche di cui al punto 1 forse vanno riviste perchè potrebbero dimostrarsi scelte di retroguardia e, con tutto il rispetto delle salmerie che costituivano la necessaria retroguardia degli eserciti in marcia, non possiamo certo parlare di innovazione….o mi sbaglio!

    • Posto due link utili per ulteriori approfondimenti sulla discussione portata avanti sin qui.

      Il primo è pertinente al tema iniziale: http://techcrunch.com/2012/01/28/why-every-entrepreneur-should-self-publish-a-book/
      Scremato del classico stile “alla John Wayne” comune a molti scrittori americani, è un post interessante che espone il punto di vista di uno scrittore su cosa gli offra realmente un editore tradizionale oggi. Non tutto è condivisibile, ma direi che è una lettura interessante.

      Sui numeri: http://www.macitynet.it/macity/articolo/Bastano-3-mesi-al-Kindle-Fire-per-stracciare-la-concorrenza-degli-altri-Android/aA57227
      Se si vanno ad analizzare i dati che girano su Android, si vede che Android “ortodosso a la Google” ha addirittura perso terreno su iPad, mentre la versione “eretica” di Amazon sul Kindle Fire ha avuto un successo incredibile e dopo solo 90 giorni conta per il 36% delle vendite di tablet Android. Il Fire si basa su una versione obsoleta di Android ed è molto chiaro che la ragione del suo successo va cercata nell’ecosistema di Amazon. Apple ed Amazon si comportano come i gatekeeper – non sempre equanimi – di cui parlava Quadrino e stanno avendo un successo clamoroso. Che sia l’indicazione che forse non è più il tempo di concentrare la propria attenzione sul mercato dei prodotti, ma bisogna rivolgere la nostra attenzione altrove?

  19. caro Paolo,
    questa discussione mi sembra stia diventando un “porta a Porta” dopo elezioni…tutti dichiarano di aver vinto. Io non vorrei continuare su questa strada, ma se vuoi fare una guerra di statistiche dell’ultimo memento, ti consiglio di leggere questa dichiarazione di fonte Apple
    Android Has Overtaken iOS, Says Apple Co-Founder Steve Wozniak – January 17th, 2012 in http://www.redmondpie.com/android-has-overtaken-ios-says-apple-co-founder-steve-wozniak

    I numeri è giusto siano alla base delle scelte economico/finanziarie, ma prima di prendere una decisione, secondo me, dovrebbero essere prese alcune decisioni:
    1. leggere tutti i numeri e confrontarli;
    2. essere pronti a rivedere le proprie idee se i numeri non “tutti e confrontati” indirizzano verso una strada diversa;
    3. talvolta le proprie scelte, contro tutti e contro tutto, hanno successo, mediamente e statisticamente portano all’insuccesso.
    4. io penso di essere bravissimo, ma non basta …se gli altri non condividono l’idea.
    Non voglio avere l’ultima parola e ti lascio le conclusioni di questo thread.
    Buona domenica.

  20. Probabilmente lo avrete già letto anche voi, comunque Apple ha aggiornato la EULA di iBooks Author chiarendo il linguaggio. Adesso non ci sono più equivoci sul fatto che i vincoli imposti sono solo sull’impiego a fini di lucro dell’impaginato, non del contenuto. I diritti sul libro sono dell’autore, ma, se lo impagina con iBooks Author e vuole venderlo impaginato in quel modo, deve farlo su iBooks. Se lo vuole distribuire gratis è libero di farlo come vuole.
    Era l’interpretazione di buon senso di quanto era scritto già emersa in precedenza, ma effettivamente il pessimo “legalese” utilizzato lasciava adito a dubbi.

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