{"id":7059,"date":"2016-01-07T02:48:43","date_gmt":"2016-01-07T01:48:43","guid":{"rendered":"https:\/\/www.statigeneralinnovazione.it\/?p=7059"},"modified":"2016-01-07T15:08:47","modified_gmt":"2016-01-07T14:08:47","slug":"la-crisi-comunicativa-e-le-sfide-della-ipercomplessita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.statigeneralinnovazione.it\/en\/la-crisi-comunicativa-e-le-sfide-della-ipercomplessita\/","title":{"rendered":"The communication crisis and the challenges of hypercomplexity"},"content":{"rendered":"<p>#CitaregliAutori<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Individualismo, fine del legame sociale e del vincolo di appartenenza alla Comunit\u00e0<\/strong>. Storie di <strong>precariet\u00e0<\/strong> e <strong>incertezza<\/strong> divenute, ormai per molte persone, <strong>condizioni esistenziali<\/strong>\u2026una crisi non soltanto economica, aggravata dall\u2019indebolimento del tessuto sociale e dei meccanismi sociali della cooperazione e della fiducia; in molti casi, dalla stessa <strong>percezione di una solitudine che non \u00e8 \u201cvisibile\u201d e non fa rumore e dall\u2019assenza di una rete sociale di sostegno<\/strong>. Si tratta di questioni cruciali che studio da anni ma che, soprattutto, ci riguardano tutt* da vicino. Passatemi la semplificazione (perch\u00e9 le questioni vanno sempre sciolte, evidenziandone la complessit\u00e0 e i molteplici nessi di causalit\u00e0\/livelli di connessione): <strong>proprio nella cd. societ\u00e0 della comunicazione e delle reti, che sono <em>riproduzione ed estensione di quelle preesistenti all\u2019interno dei sistemi sociali<\/em>** (1998), assistiamo \u2013 con qualche timido segnale di risveglio, che puntualmente si verifica dopo crisi e\/o disastri (cfr. letteratura sul tema del <em>capitale sociale<\/em> e della <em>fiducia<\/em>) \u2013 all\u2019indebolimento del tessuto sociale e di quei \u201cdispositivi\u201d che rendono possibile la coesione sociale<\/strong> (culture e modelli culturali compresi). Non a caso se, da una parte, abbiamo parlato di <strong>trasformazione antropologica<\/strong>, di <strong>nuovo ecosistema (1996)<\/strong> e di un <strong>individuo sempre pi\u00f9 libero e autonomo<\/strong> (?), dall\u2019altra, non abbiamo potuto fare a meno di rilevare come sia <strong>anche sempre pi\u00f9 \u201cisolato\u201d nelle scelte e nel riferimento a sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo<\/strong>, gi\u00e0 di per s\u00e9 indefiniti e frammentari. Tornano attuali, mai come ora, categorie concettuali come \u201c<strong>anomia<\/strong>\u201d (Durkheim) e \u201c<strong>vuoto etico<\/strong>\u201d (Jonas) e, forse, per provare a comprendere la \u201cnatura\u201d complessa e ambigua del mutamento in atto, occorre ripartire proprio da quel <strong>progetto della modernit\u00e0<\/strong> che ha prodotto non soltanto <strong>emancipazione<\/strong>, delle masse e delle \u201cnuove soggettivit\u00e0\u201d, ma anche \u201c<strong>forze centrifughe<\/strong>\u201d e disgreganti (Dominici 2003,2005,2014). \u00c8 la <em>Societ\u00e0 Interconnessa <\/em>(connessione vs. comunicazione) basata su un\u2019<strong>economia politica dell\u2019insicurezza<\/strong> (politiche, welfare etc.) e su opportunit\u00e0 che per ora riguardano, esclusivamente, <strong>\u00e9lite<\/strong> e gruppi ristretti legati a <em>saperi esperti<\/em> (<strong>architettura aperta ma reti chiuse<\/strong>) (1998); anche su questo abbiamo lavorato molto ma c\u2019\u00e8 ancora tantissima strada da percorrere (<strong>assenza di politiche<\/strong> -&gt; lungo periodo) e richiede un <strong>cambiamento culturale<\/strong> radicale che coinvolga pi\u00f9 livelli. Inclusione, cittadinanza digitale, democrazia\u2026societ\u00e0 della conoscenza sono ancora \u2018lontane\u2019 e, sempre pi\u00f9 spesso, <strong>l\u2019impressione \u00e8 che si navighi a vista<\/strong>, oltretutto con un <em><strong>preoccupante ridimensionamento della sfera dei diritti individuali e collettivi che viaggia di pari passo con il ruolo di una Politica sempre pi\u00f9 marginale e sempre meno autonoma dalla sfera economico-finanziaria<\/strong><\/em>. Il pericolo serio e concreto \u00e8 quello di continuare a interpretare ed affrontare questa crisi, cos\u00ec drammatica, affidandosi a spiegazioni riduzionistiche e deterministiche e, contemporaneamente, sottovalutando la <strong>\u201cquestione culturale\u201d<\/strong> e uno dei grandi \u201cmali\u201d del nostro tempo, ad essa correlato: <strong>l\u2019indifferenza (1998).<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Progresso tecnologico ed economico condizioni necessarie ma non sufficienti ad affrontare una crisi che \u00e8 anche, e soprattutto, culturale e di civilt\u00e0.<\/strong><\/p>\n<p>La crisi contemporanea, infatti, riguarda da vicino i sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo, le credenze e le pratiche condivise, i <strong>meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione<\/strong> su cui, non soltanto si fonda il legame sociale, ma poggia l\u2019idea stessa di <strong>civilt\u00e0<\/strong>, di <strong>Persona<\/strong>, di <strong>dignit\u00e0 umana<\/strong>, di <strong>cittadinanza<\/strong> e di <strong>democrazia<\/strong>. Ed \u00e8 una crisi anche, e soprattutto, della comunicazione cos\u00ec come l\u2019abbiamo intesa fin dal primo momento: <em><strong>processo sociale (complesso) di condivisione della conoscenza = potere <\/strong><\/em><strong>(1996)<\/strong>. Una crisi che riguarda tutti i livelli, da quello dei sistemi sociali a quello delle organizzazioni complesse, per arrivare al livello delle <strong>relazioni sociali<\/strong> e della <strong>mediazione simbolica<\/strong>. Ad essere tirate in ballo anche le <strong>identit\u00e0<\/strong> e le <strong>soggettivit\u00e0<\/strong> e, come detto pi\u00f9 e pi\u00f9 volte anche in passato, \u00e8 quanto meno paradossale che tutto ci\u00f2 si verifichi proprio nella cd. societ\u00e0 globale della comunicazione. Questa, una delle ragioni per cui ho preferito parlare di \u201csociet\u00e0 interconnessa\u201d (comunicazione vs. connessione), sforzandomi di fornirne una definizione operativa chiara (altrimenti si scade, come spesso capita in queste aree di studio e ricerca, nel puro \u201cnominalismo\u201d e\/o nella parola-chiave\/neologismo pi\u00f9 alla moda), che ponesse l\u2019attenzione sulle <strong>ruolo delle asimmetrie informative e conoscitive<\/strong>, sui <strong>rapporti di potere (1995)<\/strong>, sulle <strong>logiche di controllo e sorveglianza<\/strong> sempre pi\u00f9 stringenti che caratterizzano quella che, diversi anni fa, avevo definito la <strong>societ\u00e0 ipercomplessa<\/strong>; una definizione operativa che prendesse le mosse dalla profonda consapevolezza che, in qualsiasi campo della prassi sociale e umana, <strong>la sempre pi\u00f9 crescente interdipendenza dei sistemi e l\u2019accumulo di informazioni (dis-informazione) non determinano e non garantiscono produzione e condivisione di conoscenza, anzi\u2026 (Dominici 1998, 2003).<\/strong> Una \u201crisorsa\u201d, quest\u2019ultima, indispensabile ed unica (parliamo, non a caso si parla di economia della conoscenza) che \u2013 la dico cos\u00ec \u2013 non se la passa troppo bene anche a causa della radicale parcellizzazione dei saperi e delle competenze, nonch\u00e9 dell\u2019eccessiva specializzazione che, di fatto, contribuisce ad isolare e deresponsabilizzare gli individui all\u2019interno delle organizzazioni e, pi\u00f9 in generale, dei sistemi sociali (temi su cui sono tornato spesso e sui quali non si improvvisa -&gt; scuola, universit\u00e0, logica della torre d\u2019avorio, educare e formare alla complessit\u00e0, competenze per la complessit\u00e0 etc.).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Di fondamentale importanza, in tal senso, <strong>ridefinire lo spazio del sapere e ripensare lo \u201cspazio relazionale\u201d<\/strong> (<strong>1996<\/strong> e sgg.), <strong>all\u2019interno del quale si costruiscono le identit\u00e0 \u2013 che non sono mai date una volta per tutte\u2026in costante divenire \u2013 e le soggettivit\u00e0<\/strong>: \u201ccostruzione\u201d che avviene attraverso il dialogo, la conversazione, la reciprocit\u00e0, l\u2019empatia, la comunicazione = processo sociale (complesso) di condivisone della conoscenza (potere). <strong>Siamo sempre un \u201cNOI\u201d e non un \u201cIO\u201d (identit\u00e0 &lt;-&gt; riconoscimento), anche se non ne siamo consapevoli**<\/strong>. <strong>Esistiamo, sempre e comunque, all\u2019interno di un sistema di reti di conversazione e comunicazione<\/strong>. Pensiero critico ed educazione alla complessit\u00e0, da subito: la via per le #TestebenFatte. <strong>Perch\u00e9 conoscere\/sapere \u00e8 vivere e viceversa e tali dinamiche nascono e si evolvono, sempre e soltanto, attraverso gli ALTRI, in chiave sistemica, oltre che relazionale**<\/strong>. <strong>Livello \u201cmicro\u201d (quello delle relazioni e dell\u2019interazione sociale) e livello \u201cmacro\u201d (quello delle organizzazioni, dei sistemi, degli Stati-nazione etc.), non soltanto non sono separati, ma si influenzano reciprocamente e sono in costante connessione e relazione\u2026un duplice livello di analisi** che, come ripetuto tante volte negli anni, richiede approccio alla complessit\u00e0 e una prospettiva sistemica (superamento del principio di causalit\u00e0, di qualsiasi forma di determinismo mono-causale e riduzionismo; tante le concause e molteplici le variabili da considerarsi; sistemi e organizzazioni evolvono e si differenziano non in maniera lineare etc.).<\/strong> La sfida della e alla complessit\u00e0 ci chiede di ripensare educazione e istruzione, in maniera profonda, radicale. <strong>Significa ripensare gli stessi concetti di \u201clibert\u00e0\u201d, di \u201ccomunit\u00e0\u201d e, conseguentemente, di \u201cdemocrazia\u201d e, per arrivare alla stretta attualit\u00e0, ripensare la nostra idea di Paese, di Europa, di Umanit\u00e0 (parlavo dell\u2019urgenza di un \u201cnuovo umanesimo\u201d, esattamente, vent\u2019anni fa\u2026).<\/strong> Pu\u00f2 sembrare la pi\u00f9 classica delle lotte contro i mulini a vento\u2026non \u00e8 cos\u00ec e va portata avanti!<\/p>\n<p>Riprendo due parti di altri articoli pubblicati in passato:<\/p>\n<p>\u201c[\u2026] Da questo punto di vista, il <strong>nuovo ecosistema della conoscenza<\/strong> trova nell\u2019economia interconnessa potenziali opportunit\u00e0 di <strong>democratizzazione<\/strong> della conoscenza e dei processi culturali in grado di scardinare, definitivamente, il vecchio modello industriale costituito da assetti consolidati, gerarchie, logiche di controllo e di chiusura al cambiamento. La <strong>conoscenza<\/strong>, risorsa immateriale strategica per il mutamento in corso, comincia ad essere sempre pi\u00f9 vista e percepita come <strong>bene comune<\/strong> in grado di <strong>ristabilire rapporti sociali e di potere meno squilibrati e asimmetrici.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In questa stessa linea di discorso, <strong>\u00e8 di vitale importanza il non ricadere nell\u2019errore storico di misurare le disuguaglianze solo sulla base di indicatori economici: l\u2019accesso alla conoscenza, all\u2019informazione, all\u2019istruzione, la possibilit\u00e0 di vedere riconosciuti la propria identit\u00e0 e i diritti di cittadinanza, l\u2019eguaglianza delle opportunit\u00e0, le libert\u00e0 di manifestare liberamente il proprio pensiero e di realizzarsi, lo sviluppo della societ\u00e0 aperta sono indicatori fondamentali tanto quanto il reddito pro-capite o il PIL.<\/strong> La politica deve attivarsi affinch\u00e9 i media sociali e le reti diventino <strong>tecnologie di cooperazione<\/strong> e <strong>non di controllo<\/strong>, aprendo alla sperimentazione di nuove forme di partecipazione democratica ed al potere delle \u201c<strong>moltitudini mobili e intelligenti\u201d (concetto di Rheingold, 2002<\/strong>).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La logica del libero mercato autoregolato ha avuto un peso rilevante ma la dimensione socioculturale continua a rimanere assolutamente strategica nella lettura anche di fenomeni e processi economici<\/strong>. In tal senso, non possiamo non prendere atto come la societ\u00e0 globale sia stata plasmata dai valori di un individualismo talvolta esasperato \u2013 anche dalla stessa retorica postmoderna \u2013 e dal mito di una produttivit\u00e0 senza lavoratori. A nostro avviso, \u00e8 stata creata quasi una mitologia dell\u2019Individuo autonomo e svincolato da ogni legame, un individuo che, per le sue azioni, sembra non dover rispondere a niente e nessuno: altro che il riferimento alla ben nota distinzione tra etiche dell\u2019intenzione ed etiche della responsabilit\u00e0. Siamo andati ben al di l\u00e0 di ogni vincolo giuridico e\/o culturale: contano il denaro e il consumo e l\u2019unico (micro)potere dei cittadini \u00e8 nel loro essere consumatori. Tali dimensioni, insieme al vuoto di significato lasciato dalla crisi delle ideologie, hanno prodotto, tra le conseguenze, anche <strong>una sorta di generale disarmo morale che nutre la \u201csociet\u00e0 dell\u2019irresponsabilit\u00e0\u201d (Dominici, 2010)<\/strong>: una societ\u00e0 (NOI e le reti sociali di cui facciamo parte) priva di qualsiasi senso di <strong>appartenenza alla comunit\u00e0<\/strong> e di etica del sacrificio. Un tipo di societ\u00e0 dove, al di l\u00e0 di un quadro normativo e deontologico estremamente articolato, <strong>l\u2019etica e la responsabilit\u00e0 sono molto \u201cparlate\u201d, \u201cvisibili\u201d e discusse, non soltanto mediaticamente parlando (oggi, forse, come mai in passato), ma poco praticate<\/strong> (<strong>il valore della coerenza\u2026<\/strong>come dico sempre<strong>, tra ETICA ed ETICHETTA<\/strong>). <strong>La mitologia dell\u2019individuo sovrano, portatore di diritti ma non di doveri, ha prodotto danni difficilmente calcolabili\/valutabili soprattutto per ci\u00f2 che concerne il rispetto del Bene comune e della \u201ccosa pubblica\u201d<\/strong>,\u00a0 ma anche il modo di percepire e osservare norme, valori, regole, modelli di comportamento etc.; una mitologia o, per meglio dire, una narrazione che ha prodotto, tra gli altri effetti, una deregolamentazione negativa e una <strong>deresponsabilizzazione<\/strong> degli attori sociali, a tutti i livelli. Anche da questo punto di vista, occorre uscire da questa <strong>fase di navigazione a vista<\/strong>, in cui i <strong>legami<\/strong> tra l\u2019individuo e le <strong>istituzioni<\/strong>, tra l\u2019individuo e le tradizionali <strong>agenzie di socializzazione<\/strong> (famiglia, scuola, religione etc.), tra la <strong>Politica<\/strong> e i cittadini, si sono fortemente indeboliti e questa <strong>distanza<\/strong> che si \u00e8 creata ha certamente favorito il coinvolgimento sempre pi\u00f9 massiccio e decisivo dei media \u2013 e nello specifico della Rete e dei media sociali \u2013 nel processo di formazione delle identit\u00e0 individuali e collettive e, perfino, nel riconoscimento e nella definizione operativa delle istanze sociali su cui operare delle rivendicazioni nei confronti della Politica**. Questa ulteriore <strong>proliferazione dei centri formativi<\/strong> e, pi\u00f9 in generale, delle arene in cui si sostanzia il pensiero e si progetta la prassi procede di pari passo con la <strong>crisi comunicativa<\/strong> che ha investito le istituzioni e gli attori tradizionali del processo formativo, sospesi tra informazione eccessiva e paura della disconnessione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L\u2019egemonia della razionalit\u00e0 strumentale e dell\u2019economia di mercato (autoregolato) ha finito con il far trionfare una logica di dominio che \u00e8 stata estesa alla totalit\u00e0 della vita sociale<\/strong>. Tale processo ha indebolito anche i legami che trasformano le scelte individuali in progetti e azioni collettive. Al livello della coabitazione sociale, si \u00e8 generata pertanto una societ\u00e0 globale fortemente individualizzata, che scarica molte pi\u00f9 responsabilit\u00e0 sulle spalle di ogni singolo attore sociale richiedendo una libert\u00e0 responsabile. Sotto questo aspetto, lo <strong>sviluppo delle forme di comunicazione mediata (Thompson,1995<\/strong>), al di l\u00e0 dei vantaggi in termini di telelavoro e di distribuzione della conoscenza, potrebbe anche raffreddare ulteriormente i meccanismi protagonisti della produzione di capitale sociale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La crescita esponenziale del potere finanziario<\/strong> ha avuto conseguenze estremamente negative per l\u2019economia-mondo e, soprattutto, per la vita delle persone; il processo di formazione di uno spazio virtuale, ove far scorrere ad altissima velocit\u00e0 i flussi economici ed informativi, non ha fatto altro <strong>che privare la Politica e i sistemi di potere del controllo sul proprio \u201ccorpo\u201d, separandoli ulteriormente dalla societ\u00e0 civile e dai singoli attori sociali<\/strong>. E<strong> credere che la tecnologia (in particolare, le reti) possa risolvere qualsiasi problema, compreso il riavvicinamento tra Politica e cittadini potrebbe rivelarsi l\u2019ennesimo errore fatale.<\/strong> Dal momento che la prassi politica e sociale, pur trovando nuove arene virtuali di costruzione e organizzazione del consenso e\/o delle opinioni, richiede il passaggio cruciale dall\u2019elaborazione teorica all\u2019azione pratica, concreta, che deve incidere sul decisore politico. <strong>E per far questo occorrono attori sociali informati e criticamente formati in carne e ossa, destinatari attivi e consapevoli dentro le loro reti di cooperazione sociale<\/strong> [\u2026]\u201d<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ed ancora:<\/p>\n<p>\u201c[\u2026] <strong>Oltre alla pi\u00f9 volte richiamata marginalit\u00e0 della Politica (aspetto preoccupante), la liberalizzazione dei mercati mette ancora pi\u00f9 in evidenza l\u2019assenza di istituzioni globali realmente funzionanti e operative: un vuoto di potere a livello transnazionale, per certi versi, paradossale in un\u2019epoca profondamente segnata da logiche di controllo e sorveglianza globali, rafforzate da sistemi sempre pi\u00f9 interdipendenti. L\u2019economia globale, dunque, sta affrontando un processo di radicale ristrutturazione che implica il ridimensionamento del capitale fisico e il trionfo dell\u2019offerta di servizi sulla vendita di beni e sugli scambi di propriet\u00e0: l\u2019accesso \u00e8 diventato la nuova misura dei rapporti sociali (Dominici).<\/strong> Oltretutto, dopo la recente crisi finanziaria mondiale, il capitalismo globale e tecno-nichilista (definizione di Magatti, 2009), caratterizzato dalla progressiva acquisizione dei vissuti sociali di ogni singolo cittadino\/consumatore, sembra sul punto di legittimare anche nuovi modelli di scambio sociale. Individui e istituzioni sono coinvolti in un processo di commercializzazione di tutta la prassi che delinea uno scenario, per certi versi, inquietante nel quale vengono messe in discussione le strutture tradizionali del legame sociale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[\u2026] <strong>La complessit\u00e0 insita nel processo di globalizzazione ci obbliga a riformulare tutte le categorie dell\u2019agire politico e ad allargare i nostri orizzonti di pensiero e di azione, elaborando una politica che non si limiti soltanto ad osservare le regole, bens\u00ec provi a cambiarle anche perch\u00e9 la stragrande maggioranza di queste stesse regole sono state definite in un contesto di Stato-nazione forte<\/strong> (Dominici,1998, 2003,2008). Anche perch\u00e9 il mercato mondiale non pu\u00f2, come finora \u00e8 accaduto, essere lasciato andare alla deriva senza un progetto autorevole e credibile di sviluppo globale: <strong>\u00abDove il mercato \u00e8 abbandonato alla sua autonormativit\u00e0, esso conosce soltanto una dignit\u00e0 della cosa e non della persona, non doveri di fratellanza e di piet\u00e0, non relazioni umane originarie di cui le comunit\u00e0 personali siano portatrici\u00bb (Weber, 1922) [\u2026]\u201d<\/strong><\/p>\n<p>In conclusione, non \u00e8 inutile ribadire, alla luce della complessit\u00e0 delle problematiche considerate, i rischi non soltanto di tipo interpretativo (ricorso a spiegazioni riduzionistiche e deterministiche) \u2013 le culture delle classi dirigenti traducono questi modelli e queste visioni in azioni e strategie (?) \u2013 legati alla diffusa convinzione (che non appartiene solo ad alcuni economisti e tecnocrati) che progresso tecnologico e ripresa economica possano risolvere, prima o poi, tutte le questioni: si tratta di condizioni necessarie, di \u201cvariabili\u201d di fondamentale importanza, tuttavia, non sufficienti ad affrontare e contrastare una crisi che \u00e8 anche, e soprattutto, culturale e di civilt\u00e0.<\/p>\n<p>Una crisi che va affrontata, in un sistema-mondo sempre pi\u00f9 interdipendente e interconnesso, con <strong>strategie \u201cpensate\u201d in chiave transnazionale<\/strong> (evidente il riferimento al ruolo dell\u2019Unione Europea e della famosa (?) Comunit\u00e0 internazionale, ad oggi \u201centit\u00e0\u201d assolutamente inconsistenti e prive di identit\u00e0, oltre che di strategie comuni):<\/p>\n<p><strong>1) riprogettando politiche di welfare e di coesione alla luce dei nuovi rischi sociali e delle nuove forme di precariet\u00e0; <\/strong><\/p>\n<p><strong>2) definendo politiche per l\u2019istruzione, la formazione e la ricerca; <\/strong><\/p>\n<p><strong>3) stimolando le societ\u00e0 a generare \u201canticorpi\u201d in grado di rinsaldare i legami sociali (educazione alla cittadinanza, alla legalit\u00e0, all\u2019anticorruzione etc.), sempre pi\u00f9 in sofferenza sia a causa dei valori individualistici ed egoistici dominanti, che per la mancanza di modelli culturali funzionali al \u201cbene comune\u201d: detto in altre parole, di un\u2019etica condivisa; <\/strong><\/p>\n<p><strong>3) puntando seriamente, e concretamente, sul cambiamento culturale che, lo ripeter\u00f2 fino alla noia (e non mi stancher\u00f2 mai di farlo), pu\u00f2 avvenire esclusivamente nel lungo periodo e soltanto muovendo dalla centralit\u00e0 e dalla qualit\u00e0 dei processi educativi.<\/strong> \u00c8 quella che chiamo (da anni) la <strong>\u201cvia obbligata\u201d:<\/strong> tutti \u2013 non soltanto la politica \u2013 ne parlano, tutti sembrano essere d\u2019accordo ma, almeno per ora, <strong>registro una consapevolezza soltanto \u201cdichiarata\u201d<\/strong>.\u00a0 Speriamo serva almeno ad accrescere questa <strong>consapevolezza<\/strong> \u201cdichiarata\u201d rispetto all\u2019importanza del \u201ccambiamento culturale\u201d\u2026perch\u00e9 quella che stiamo vivendo \u00e8 una crisi culturale, \u00e8 una crisi che le numerose variabili e concause hanno reso una <strong>\u201ccrisi di civilt\u00e0\u201d.<\/strong><\/p>\n<p>Una crisi che ci costringe ad interrogarci (e ad agire), in primo luogo, su <strong>cosa significhi essere \u201cpersone\u201d, essere \u201ccittadini\u201d in questa societ\u00e0 globale; che mette in discussione, radicalmente, la dimensione fondante della \u201cfiducia\u201d e il \u201cnostro\u201d paradigma della sicurezza<\/strong>; che ci obbliga a ripensare il modo di intendere e praticare i valori\/principi della <strong>libert\u00e0<\/strong> e <strong>responsabilit\u00e0\u00a0<\/strong> (<strong>concetti relazionali<\/strong> -&gt; Dominici 1998, 2005); che ci spinge a ridefinire la nostra concezione di \u201c<strong>razionalit\u00e0<\/strong>\u201d e i codici, i modelli, le strategie da essa prodotti; una crisi cos\u00ec delicata che, al di l\u00e0 delle straordinarie scoperte scientifiche e dell\u2019innovazione tecnologica, rimette in primo piano la questione della <strong>dignit\u00e0 umana<\/strong> e dei diritti umani e di cittadinanza (globale). La societ\u00e0 ipercomplessa (Dominici 2003) richiede urgentemente <strong>un\u2019educazione e una formazione alla complessit\u00e0 necessarie per provare a costruire insieme, nei \u201cluoghi\u201d deputati a questo, non soltanto Persone \u2013 Cittadini (cio\u00e8, le condizioni del \u201clegame sociale\u201d) e, successivamente, profili e competenze etc., ma anche, e soprattutto,\u00a0 un\u2019etica condivisa della responsabilit\u00e0 e della comprensione, a maggior ragione in una fase storica cos\u00ec delicata, in cui il pericolo dello scontro tra civilt\u00e0 (Huntington, 1996) sembra ripresentarsi<\/strong>, contemporaneamente all\u2019affermarsi di nuove asimmetrie e forme di disuguaglianza, non riconducibili soltanto ad indicatori economici.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per chi volesse approfondire, rinvio ad un mio articolo \u2013 <strong>Rivista scientifica Peer reviewed<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La modernit\u00e0 complessa tra istanze di emancipazione e derive dell\u2019individualismo: la comunicazione per il legame sociale<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/bit.ly\/1Iic0Eh\">http:\/\/bit.ly\/1Iic0Eh<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E sempre a proposito di #PensieroCritico e di #complessit\u00e0, di educazione, di comunicazione, di controllo e imprevedibilit\u00e0\u2026<\/p>\n<p>Concludo &#8211;\u00a0ricordando <strong>Maturana,<\/strong> da sempre punto di riferimento essenziale (ma su questi temi la letteratura scientifica \u00e8 davvero di qualit\u00e0) \u2013 che dobbiamo essere consapevoli che <strong>l\u2019educazione e la stessa politica sono momenti cruciali del processo inarrestabile di autopoiesi (autocostruzione) che segna la vita e la prassi degli esseri umani: e il sociale ha un fondamento anche emozionale e non soltanto razionale.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u201cTutti i concetti e le affermazioni sui quali non abbiamo riflettuto e che accettiamo come se significassero qualcosa per il semplice fatto che tutti li capiscono, sono paraocchi. <strong>Sostenere che la ragione caratterizza l\u2019essere umano \u00e8 un paraocchi, e lo \u00e8 perch\u00e9 ci lascia ciechi di fronte all\u2019emozione, che viene sminuita come qualcosa di animalesco o come qualcosa che nega il razionale [\u2026] e non vediamo il reciproco e quotidiano legame tra ragione ed emozione<\/strong> che costituisce la nostra umana esistenza, e non ci rendiamo conto che ogni sistema razionale ha un fondamento emozionale\u201d<\/p>\n<p>\u201cParlare-conversare devono essere nati insieme come un modo di convivere che integra giovani e adulti, in uno stato di benessere, nella coordinazione degli atti di tale convivenza, nel piacere della condivisione e della partecipazione. Vale a dire che il nostro linguaggio deve essere sorto nella trasmissione da una generazione all\u2019altra di un modo di convivere nel conversare [\u2026]\u201d<\/p>\n<p>\u201cSe insegnare \u00e8 insegnare a vivere, secondo la giusta massima di Jean-Jacques Rousseau, \u00e8 necessario individuare le carenze e le lacune del nostro insegnamento attuale per affrontare problemi vitali come quello dell\u2019errore, dell\u2019illusione, della parzialit\u00e0, della comprensione umana, delle incertezze che ogni esistenza comporta\u201d (<strong>Edgar Morin)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>NB:<\/p>\n<p><strong>Pubblicando idee, concetti, definizioni operative, ipotesi di lavoro e ricerca, studi e ricerche scelgo (da sempre) consapevolmente di espormi al rischio (purtroppo, sempre pi\u00f9 frequente, anche quando si tratta di teorie e ricerche gi\u00e0 pubblicate che, quasi puntualmente, non vengono citate\u2026poi ci sono le eccezioni, appunto) di chi fa \u201ccopia e incolla\u201d, di chi poggia la sua conoscenza (?) e le sue competenze sul lavoro di altri, di chi cita tutt* tranne quell* che realmente \u2013 diciamo cos\u00ec \u2013 l\u2019hanno ispirat*\u2026 altrimenti emergerebbe la vera paternit\u00e0. Ma la spinta a dialogare, condividere e includere mi spinge sempre ad andare oltre la \u201cdifesa\u201d del mio lavoro (vita, passione): la \u201ccondivisione\u201d non \u00e8 soltanto \u201cla\u201d sfida della Societ\u00e0 Interconnessa e del nuovo ecosistema, ma un modo di essere e agire, su cui non si pu\u00f2 fingere\u2026anche in Rete!<\/strong><\/p>\n<p><strong>#CitaregliAutori<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>#CitaregliAutori \u00a0 Individualismo, fine del legame sociale e del vincolo di appartenenza alla Comunit\u00e0. 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